Netanyahu in visita ufficiale in Giordania

Pubblicato il 19 giugno 2018 alle 14:23 in Giordania Israele

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Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il re giordano, Abdullah II, si sono incontrati in un colloquio ufficiale, lunedì 18 giugno, in Giordania, dove hanno discusso dello stallo del processo di pace israelo-palestinese e della questione di Gerusalemme. 

La Giordania e l’Egitto sono gli unici paesi arabi ad intrattenere rapporti diplomatici ufficiali con Israele, e l’incontro del 18 giugno è stato il primo in Giordania per Netanyahu, dal 2014. In tale occasione, il re Abdullah ha sottolineato “la necessità di aumentare gli sforzi per trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese, sulla base di una soluzione a due stati”, ha riferito la corte reale giordana. “L’unico modo per raggiungere la pace e la stabilità nella regione” è una soluzione che possa “consentire la creazione di uno stato palestinese, con Gerusalemme Est come capitale”, ha ribadito il re.

Al momento, Gerusalemme dovrebbe costituire un territorio internazionalizzato, secondo il piano di spartizione dell’ONU del 1947. A seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, Gerusalemme era stata suddivisa nella zona occidentale, abitata principalmente dalla popolazione ebraica, controllata da Israele, e in quella orientale, abitata principalmente dalla popolazione araba, sotto il controllo della Giordania. In seguito alla guerra dei Sei Giorni del 1967, Gerusalemme est è stata occupata da Israele. Nel 1980, il Paese ha esteso la propria sovranità su tutta la città vecchia, attraverso l’approvazione della cosiddetta “legge fondamentale” che proclamava unilateralmente Gerusalemme come capitale di Israele. Tale passaggio non è mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Tuttavia, il 23 febbraio 2018, il presidente Americano, Donald Trump, ha annunciato la decisone di trasferire, a maggio del 2018, la rappresentanza diplomatica americana da Tel Aviv, in cui si trovava dal 1966, a Gerusalemme. Tale decisione si inserisce nel contesto del riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele, dichiarato già dal 6 dicembre 2017. Almeno 60 palestinesi sono morti e più di 2,700 sono rimasti feriti lunedì 14 maggio, durante le proteste di Gaza contro il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, inaugurata lo stesso giorno del picco di violenza nella repressione dei manifestanti a Gaza. Paraguay e Guatemala hanno seguito l’esempio americano e hanno, a loro volta, trasferito le proprie sedi diplomatiche da Tel Aviv, nella Città Santa. 

Il re Abdullah ha dichiarato, nell’incontro del 18 giugno, che la questione di Gerusalemme rappresenta “la chiave per raggiungere la pace”. Tuttavia, questa continua a rappresentare una problematica estremamente delicata, dal momento che la città rappresenta un sito religioso fondamentale sia per i musulmani sia per gli ebrei. Di conseguenza, sia i palestinesi sia Israele ambiscono a proclamare Gerusalemme capitale del proprio Stato. Lo status della Città Santa costituisce una delle questioni più spinose nel processo di pace israeliano-palestinese. Da parte sua, la comunità internazionale riteneva che lo status di Gerusalemme dovesse essere deciso soltanto nei colloqui di pace tra Israele e Palestina. 

“Il re e il primo ministro israeliano hanno discusso degli sviluppi regionali e dello stato di avanzamento del processo di pace e delle relazioni bilaterali”, ha twittato il portavoce del leader israeliano, Ofir Gendelman. “Il primo ministro Netanyahu ha ribadito l’impegno di Israele a mantenere lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme”, ha aggiunto. Israele e Giordania hanno firmato nel 1994 un trattato che ha posto fine a 46 anni di scontri e che ha avviato le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il trattato aveva sancito il riconoscimento di Israele da parte di Amman e aveva riconosciuto il “ruolo storico” del Regno giordano nella gestione dei santi siti musulmani a Gerusalemme.

L’8 febbraio 2018, Israele ha nominato un nuovo ambasciatore in Giordania, ponendo fine ad una serie di tensioni diplomatiche verificatesi tra i due Paesi e dovute all’uccisione di due cittadini giordani da parte di una guardia della sicurezza israeliana, avvenuta nel compound dell’ambasciata israeliana ad Amman, il 23 luglio 2017. In seguito all’avvenimento, il 24 luglio 2017, tutto lo staff dell’ambasciata israeliana, inclusa l’ambasciatrice, Einat Shlein, aveva lasciato la capitale giordana e non vi aveva più fatto ritorno, dal momento che Amman aveva dichiarato che l’ambasciata israeliana in Giordania sarebbe stata riaperta soltanto dopo che il colpevole dell’uccisione dei cittadini giordani fosse stato processato. All’inizio di novembre 2017, la televisione israeliana aveva riferito che i servizi segreti avevano completato le proprie indagini stabilendo che l’uomo responsabile delle due morti aveva agito per legittima difesa. Da parte loro, le autorità giordane affermavano che gli spari sarebbero giunti senza alcuna provocazione, ma non potevano procedere con le indagini, dal momento che l’agente godeva dell’immunità diplomatica. La posizione della Giordania in merito alla riapertura dell’ambasciata è cambiata dopo che, il 18 gennaio, il portavoce del governo giordano, Mohammed Momani, aveva riferito che Amman aveva ricevuto una nota ufficiale dal Ministero degli Esteri israeliano, nella quale il governo israeliano aveva posto ufficialmente le proprie scuse al Paese in merito all’incidente del 23 luglio 2017, offrendosi di pagare un risarcimento alle famiglie delle vittime.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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