Gaza: il leader di Hamas si unisce alle proteste

Pubblicato il 15 giugno 2018 alle 14:30 in Israele Palestina

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Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, si è unito a circa 2.000 fedeli nelle proteste al confine di Gaza, venerdì 15 giugno, partecipando alla tradizionale preghiera del mattino per la festività islamica di Eid-al-Fitr. Il leader ha dichiarato che le proteste hanno “rianimato la questione palestinese”, attirando l’attenzione mondiale.  Haniyeh ha poi elogiato la Risoluzione delle Nazioni Uniti, approvata il 14 giugno dall’Assemblea Generale, da 120 Paesi, uniti nel condannare le azioni israeliane.

Il quotidiano palestinese Shams ha riferito che le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno aperto il fuoco contro una base di osservazione nei pressi delle città di Rafah, nella parte meridionale della striscia di Gaza. Un palloncino con proiettili esplosivi è stato liberato in aria verso il territorio israeliano dalla Striscia, atterrando su un’autostrada nella regione di Sha’ar Hanegev. Gli artificieri sono stati convocati sulla scena, distruggendo il palloncino e il dispositivo esplosivo ad esso collegato, tramite un’esplosione controllata. Giovedì 14 giugno, Hamas aveva minacciato di inviare 5.000 aquiloni e palloncini esplosivi nel territorio israeliano. Il gruppo terroristico palestinese, de facto governante la Striscia di Gaza, ha dichiarato in una conferenza stampa che i dispositivi incendiari saranno lanciati da varie località durante le proteste di venerdì, che segneranno inoltre l’inizio della festività di Eid-al-Fitr.

“L’unità aquiloni” di Hamas ha dichiarato che se Gerusalemme non approfitta dell’opportunità offerta per porre fine all’assedio di Gaza, le comunità israeliane vicine all’enclave vivranno “sotto un assedio di aquiloni”, lanciati fino a 40km all’interno di Israele. Secondo quanto riportato da Times of Israel, il commento sembra fare riferimento ad alcuni colloqui indiretti tra Israele e Hamas, che prevedrebbero un cessate il fuoco a lungo termine, in cambio della fine del blocco su Gaza. Dal 30 marzo, i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno lanciato centinaia di aquiloni e palloncini contenenti materiali infiammabili o esplosivi nel territorio israeliano, causando incendi quasi quotidianamente.

L’uso simultaneo di 5.000 palloncini e kite si rivelerebbe una grande sfida per l’esercito israeliano che fatica a trovare una soluzione per neutralizzare la minaccia. Oltre ad usare droni per agganciare i dispositivi dal cielo, l’IDF ha anche iniziato a sparare colpi di avvertimento agli abitanti di Gaza pronti a lanciarli in aria. A causa di tali rappresaglie, migliaia di acri di terreni agricoli, foreste e riserve naturali sono stati bruciate. I danni causati ammontano a 5 milioni di NIS, 1.4 milioni di dollari, secondo l’Autorità Fiscale israeliana. Alla luce di ciò, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha proposto di sottrarre una parte delle entrate fiscali dell’Autorità Palestinese per ripagare i danni.

Durante i due mesi di proteste, oltre 130 palestinesi sono stati uccisi e sono stati registrati migliaia di feriti dal fuoco militare israeliano. Secondo quanto riporta Times of Israel, Hamas avrebbe riconosciuto dozzine di vittime come membri di gruppi terroristici. Israele sostiene che le truppe di Tel Aviv stanno solo difendendo il confine, accusando Hamas di aver pianificato attacchi, sotto la facciata delle proteste. Le ribellioni al confine hanno raggiunto il picco il 15 maggio, quando 40.000 abitanti di Gaza hanno protestato lungo la recinzione, scontrandosi con le truppe israeliane. Tali scontri si sono verificati il giorno seguente all’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

L’Assemblea Generale (GA) delle Nazioni Unite, il 13 giugno, ha adottato una Risoluzione per condannare l’uccisione di oltre 100 palestinesi a Gaza da parte di Israele. La Risoluzione è stata presentata dall’Algeria e dalla Turchia, a nome dei Paesi arabi musulmani, ed ha ottenuto dai 193 Paesi: 120 voti in favore, 8 contrari e 45 astenuti. Gli Stati Uniti hanno presentato un emendamento volto a condannare Hamas per “incitamento alla violenza” lungo il confine di Gaza, tuttavia tale provvedimento non ha ottenuto la maggioranza di 2/3 necessaria per l’adozione.

L’Assemblea Generale ha tenuto una votazione altrettanto controversa sul conflitto arabo-israeliano il 21 dicembre 2017, quando ha respinto la decisione del presidente statunitense, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti. All’epoca, l’ambasciatrice statunitense, Nikki Haley, aveva avvertito il resto dei rappresentanti che Washington stava “prendendo i nomi” dei Paesi che sostenevano la risoluzione. Tuttavia, infine, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, una Risoluzione non vincolante per respingere il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

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Alice Bellante

di abellante

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