Turchia: arrestati 18 sospetti membri dell’ISIS

Pubblicato il 14 giugno 2018 alle 18:00 in Medio Oriente Turchia

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Le autorità turche hanno arrestato 18 sospetti membri dell’ISIS a Istanbul e Izmir, due delle più grandi città della Turchia, secondo quanto hanno riferito alcuni funzionari turchi, il 14 giugno.

In un’operazione condotta dall’agenzia di intelligence turca e dalla polizia antiterrorismo, 10 sospetti militanti sono stati catturati nella provincia costiera dell’Egeo di Izmir. Altri 8 sospetti sono stati arrestati a Istanbul, il 13 giugno. Secondo quanto riportato dal quotidiano Al-Arabiya English, gli arrestati sono sospettati di aver fornito sostegno finanziario all’ISIS e di essersi recati in campi dello Stato Islamico, dove sono stati addestrati a compiere attentati suicidi. Fonti della sicurezza turca hanno aggiunto che altri tre sospetti sono ancora ricercati.

Negli ultimi anni l’ISIS ha effettuato numerosi attentati in tutta la Turchia, tra cui un attacco in una discoteca di Istanbul il 1 gennaio 2017, in cui 39 persone sono rimaste uccise e un attentato nel cuore storico della città che ne ha uccise 12, il 19 marzo 2016. In questo contesto, si inserisce la dichiarazione di mercoledì 13 giugno del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha affermato che revocherà lo stato di emergenza, in vigore dal luglio 2016, se vincerà le elezioni del 24 giugno. Aggiungendo però che questo potrà essere reintrodotto se il Paese dovesse affrontare ulteriori minacce. Tale misura era stata imposta in Turchia a seguito del fallito colpo di stato militare del 15 luglio 2016 ed è ritenuta funzionale alla lotta al terrorismo. Lo stato di emergenza era stato esteso per la settima volta consecutiva il 18 aprile, quando il Consiglio dei ministri turco aveva stabilito che sarebbe rimasto in vigore per i successivi 3 mesi. La motivazione del Consiglio è stata, tuttavia, il persistere della minaccia da parte della rete dei sostenitori del movimento Gulen, ritenuto l’ideatore del colpo di stato del 2016.

Tale misura consente al presidente Erdogan e al governo di bypassare il parlamento per l’approvazione di nuove leggi e consente loro di sospendere i diritti e le libertà, facilitando gli arresti. A partire dal 15 luglio 2016, oltre 160.000 persone sono state detenute, e 152.000 dipendenti pubblici – compreso il personale militare – sono stati licenziati, secondo quanto riporta un report pubblicato il 20 marzo dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).  Le potenze occidentali hanno criticato il giro di vite del governo turco. In questo contesto, il 9 maggio, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al-Hussein, aveva chiesto ad Ankara di rimuovere lo stato di emergenza, per consentire l’organizzazione di elezioni democratiche, che si terranno il 24 giugno. Da parte sua, il giorno successivo, il 10 maggio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva dichiarato che lo stato di emergenza non avrebbe costituito un ostacolo allo svolgimento di elezioni democratiche.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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