UNHCR “preoccupata” riguardo alle operazioni in Libano

Pubblicato il 13 giugno 2018 alle 18:00 in Libano Medio Oriente

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L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha esortato il Libano a revocare la decisione di bloccare i permessi di soggiorno per i dipendenti internazionali, a seguito di divergenze sulla gestione dei profughi siriani nel Paese.  

La decisione di revocare i permessi ai dipendenti dell’UNHCR è stata annunciata l’8 giugno dall’ufficio del ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, che ha accusato l’UNHCR di “intimidire i rifugiati” per impedire il loro ritorno in Siria. In una dichiarazione rilasciata ai giornalisti, a Ginevra, il portavoce dell’UNHCR, Andrej Mahecic, ha dichiarato che l’agenzia è “molto preoccupata” da tale provvedimento. “Ci auguriamo che la decisione del ministero degli Esteri venga annullata senza indugio”, ha affermato. Il 7 giugno, il ministro libanese ha accusato l’UNHCR, in un post su Twitter. “Abbiamo inviato una missione, che ha verificato che l’UNHCR sta intimidendo gli sfollati siriani che desiderano tornare volontariamente”, riporta il tweet di Bassil.

L’UNHCR ha smentito le accuse, ma ha chiarito che non ritiene che le condizioni in Siria siano “favorevoli per un ritorno assistito”, sebbene un portavoce dell’Onu abbia affermato che la situazione in Siria si sta evolvendo e che l’agenzia sta seguendo gli sviluppi. Il primo ministro libanese Saad Hariri si è immediatamente dissociato dalla decisione, che il suo ufficio ha descritto come “unilaterale” e “non rappresentativa della posizione del governo libanese”. Secondo quanto riportato dal quotidiano The New Arab, il ministro degli Esteri Bassil fa parte di un’ala pro-Damasco della politica libanese, che simpatizza con il dittatore siriano Bashar al-Assad e l’Iran. Tuttavia, altri esponenti politici si sono espressi contro l’afflusso di rifugiati siriani, per lo più sunniti, fuggiti in Libano a seguito del conflitto siriano. 

Nello stesso contesto si inseriscono le preoccupazioni espresse dal Libano alla Siria, in merito a una nuova legge sulle proprietà, volta a consentire un rilancio delle aree devastate dalla guerra civile, affermando che l’iniziativa rischia di ostacolare il ritorno in patria di molti rifugiati siriani. Il ministro Bassil ha inviato una lettera al suo omologo siriano, Walid al-Moualem, comunicandogli che i termini della in questione potrebbero rendere difficoltoso per i rifugiati il processo di riconoscimento delle loro proprietà. In questo modo, l’applicazione di tale norma scoraggerebbe alcuni di loro dal fare ritorno in patria. Il Libano, che ospita oltre un milione di rifugiati siriani, ha dato voce alle preoccupazioni diffuse circa il poco preavviso e la breve finestra temporale concessa agli sfollati per reclamare la proprietà delle loro abitazioni.

La normativa in questione è la Legge 10-2018 che consente al governo siriano di demolire gli insediamenti informali a Damasco e nelle aree circostanti, per trasformarli in zone di sviluppo urbano con quartieri residenziali, mercati e spazi pubblici. Una volta individuata una zona di sviluppo, le autorità sono tenute a notificarlo pubblicamente ai proprietari della terra e delle case, i quali hanno poi massimo 30 giorni di tempo per raccogliere la documentazione necessaria a reclamarne la proprietà. I gruppi e le organizzazioni a scopo umanitario hanno criticato tale legge, affermando che nel caos della guerra civile, scoppiata nel Paese dal 15 marzo 2011 e attualmente in corso, la maggior parte dei rifugiati non riusciranno a reclamare le proprie proprietà in un lasso di tempo così breve.

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di Redazione

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