Etiopia: comunità locali contestano accordo di pace con Eritrea

Pubblicato il 12 giugno 2018 alle 16:37 in Eritrea Etiopia

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La decisione del governo etiope di accettare pienamente l’accordo di pace del 12 dicembre 2000 con l’Eritrea ha incontrato la dura opposizione dei residenti della città di Badme, al confine tra i due Stati ed epicentro del conflitto iniziato nel 1998 e terminato nel 2000.

Il comitato esecutivo del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo etiope, coalizione politica di governo dal 2005, ha dichiarato, martedì 12 giugno, che rispetterà tutti i termini del patto al fine di ristabilire una pace duratura con la vicina Eritrea. Tuttavia, per molti dei 15.000 residenti di Badme, alcuni dei quali sono veterani di guerra, la decisione del premier Abiy Ahmed di accettare l’accordo è un “affronto inaccettabile” perché comporterebbe la cessione della città al nemico eritreo. Nel 2002,laCommissione per la delimitazione dei confini, istituita in base all’intesa, aveva assegnato all’Eritrea il territorio conteso, ma l’Etiopia aveva rifiutato di riconoscere la decisione e aveva posto la città sotto la sua amministazione. “Perché abbiamo lottato allora? Per dare via tutto questo? Tanto sacrificio per niente?”, ha riferito al quotidiano Africanews un veterano ferito che ha vissuto a Badme, Dubale Getu.

La rabbia locale contrasta con il successo internazionale che Abiy ha ottenuto per essersi impegnato nel tentativo di risolvere una delle più acute dispute diplomatiche del Corno d’Africa.

I residenti sostengono di non essere stati consultati dal governo prima che venisse adottata questa decisione, così importante per il loro status. Dichiarano di aver sentito per la prima volta alla radio e alla televisione che, in base all’accordo, Badme doveva essere ceduta e per questo stanno minacciando di opporsi a tale mossa. “Non dovrebbero aspettarsi la pace se ci costringeranno ad andarcene, scoppierà la violenza”, ha detto un altro residente i cui familiari hanno combattuto nella guerra.

Gli abitanti di Badme non sono le uniche persone con cui Abiy dovrà fare i conti mentre persegue riforme radicali sulla questione della pace con l’Eritrea. Anche molti di coloro che provengono dalla Regione di Tigrè, nell’Etiopia nord-orientale, sono preoccupati che i loro interessi verranno danneggiati se Badme viene consegnata all’Eritrea. Nei giorni scorsi, diverse proteste si sono svolte nel distretto di Irob, dove i manifestanti hanno sostenuto che la decisione rischia di dividere le comunità e mettere in pericolo la popolazione di Irob.

Le proteste, che si sono diffuse anche nella Regione di Tigrè, potrebbero rappresentare la prima vera sfida per la nuova amministrazione di Abiy, membro del gruppo etnico Oromo, il più grande dell’Etiopia. Il Fronte di Liberazione Popolare del Tigrè, partito politico regionale dominante nella coalizione di governo fino all’entrata in carica di Abiy, il 2 aprile scorso, ha affermato che si opporrà a ogni concessione nei confronti di Asmara. “Il partito non prenderà parte a nessun processo che leda gli interessi del popolo tigrino”, ha riferito in una dichiarazione.

Il governo dell’Eritrea non ha ancora risposto pubblicamente all’annuncio di Addis Abeba, reso noto mercoledì 6 giugno. Il Paese auspica da tempo il ritiro delle truppe etiopi da Badme, ma ancora non ci sono stati segni di una prossima rientro delle forze di sicurezza da quelle aree.

L’Etiopia è diventata un Paese senza sbocco sul mare dal 24 maggio 1993, quando l’Eritrea si costituì come Stato indipendente. Tuttavia, i due vicini cominciarono presto una guerra per la demarcazione del loro confine condiviso, causando la morte di circa 80.000 persone. Altre centinaia sono morte negli anni successivi durante periodici scontri di confine in seguito al rifiuto dell’Etiopia di accettare la sentenza della Commissione per la delimitazione dei confini sostenuta dall’ONU. Quando Abiy Ahmed è stato installato come primo ministro etiope, il 2 aprile 2018, nel suo discorso inaugurale aveva menzionato la necessità di riconciliarsi con l’aspra rivale Eritrea, alimentando le speranze di pace. “Siamo pienamente impegnati a riavvicinarci ai nostri fratelli e sorelle eritrei e a estendere un invito al governo eritreo per avviare il dialogo e stabilire un rapporto”, aveva affermato nel suo discorso al Parlamento.

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Chiara Gentili

di Redazione

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