Gli Stati e i terroristi: chi fa più paura?

Pubblicato il 6 giugno 2018 alle 13:18 in Il commento Italia

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

La festa della Repubblica è anche la festa della pace, visto che la Repubblica è nata grazie alla fine della guerra. Non a caso, la Costituzione indica nella pace il valore supremo della vita politica internazionale ed è anche la ragione per cui ripudia la guerra come mezzo per dirimere le controversie internazionali. Ben venga la Costituzione giacché è la guerra tra gli Stati, e non il terrorismo, il vero pericolo del futuro. Gli Stati posseggono le armi che possono causare le devastazioni più grandi, mentre i terroristi sono poveri per definizione. Nemmeno lo Stato Islamico è mai riuscito a dotarsi di un armamento significativo. Non ha mai avuto aerei, né missili antiaereo. Tant’è vero che ha subito i bombardamenti dei piloti russi e americani senza potersi difendere. Che poi la guerra rimanga il vero dramma del tempo presente è dimostrato proprio dal terrorismo. I terroristi islamici hanno conosciuto l’ascesa maggiore nei Paesi devastati dalla guerra o sconvolti da gravi sommovimenti interni che hanno portato lo Stato centrale sull’orlo del collasso. Il senso storico, che si fonda sul ricorso alle date, è fondamentale per acquisire una conoscenza più profonda. Prima è iniziata la guerra in Yemen, con i bombardamenti sauditi contro gli Houthis, e poi le milizie jihadiste hanno conquistato la città di Mukalla, sulla costa yemenita, ora liberata. Il discorso non cambia se analizziamo l’ascesa del terrorismo in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia ed Egitto. Prima è iniziata la guerra della Nato contro la Libia e poi si è verificata l’ascesa dell’Isis sulla costa libica. In Siria, la guerra civile ha spalancato le porte ad al Qaeda e, successivamente, all’Isis. Quanto all’Iraq, al Qaeda non esisteva prima della caduta di Saddam Hussein. È sorta con le bombe, assumendo la sigla “Isis” in seguito a una serie di rotture interne all’universo jihadista. In Afghanistan, l’invasione americana ha sprigionato un’ondata di terrorismo spaventosa, al punto che persino gli Stati Uniti, i più grandi nemici del terrorismo, si sono detti pronti a sedersi intorno a un tavolo con i talebani ovvero i terroristi. L’Egitto non è stato bombardato dall’Occidente, ma gli sconvolgimenti interni, iniziati con la primavera araba del 2011, hanno destabilizzato lo Stato, inducendo i terroristi a credere che la loro ascesa non sarebbe stata contrastata a causa della debolezza del governo centrale. Se poi volgiamo lo sguardo alla Somalia, martoriata da al-Shabaab, diventa agevole riassumere tutto in una formula: “Stato fallito, terrorismo riuscito”.

Dunque, la sfida presente e futura per l’Occidente non è mutata. È la sfida della pace, che pone due problemi. Il primo è un problema di coscienza e il secondo è un problema strategico. Sotto il profilo della coscienza, il blocco occidentale celebra i valori della pace più di ogni altro, ma continua a fare e a preparare troppe guerre. Nessuno dica che le guerre dell’Occidente sono guerre che riguardano gli eserciti. Le cifre pubblicate ieri dall’ultimo “report” del Pentagono parlano chiaro. Le operazioni di terra e i bombardamenti aerei dell’esercito americano hanno provocato, nel solo 2017, la morte di 499 civili in Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen. La cifra deve essere più alta giacché il Pentagono chiarisce che, oltre ai 499 morti accertati, ci sono 450 civili deceduti, di cui il governo americano dichiara di non essere sicuro di potersi assumere la paternità (della morte, non della vita). Il Pentagono afferma però di essere sicuro di avere ferito 169 civili in quei Paesi. Chiariti i problemi di coscienza, veniamo a quelli strategici. Le guerre occidentali si sono rivelate un fallimento, nel senso che non hanno raggiunto gli obiettivi che avevano motivato l’attacco. Le guerre in Afghanistan, Iraq e Libia, per utilizzare le parole dei massimi studiosi americani, sono state tre “disastri”. La scelta di alimentare la guerra civile in Siria è stato il quarto disastro. La guerra in Yemen è il quinto, documentato da un’indagine esclusiva apparsa sul “New York Times”, il 3 maggio scorso, che ha rivelato l’impegno “segreto” americano in quel conflitto. Trump afferma che era pronto a bombardare la Corea del Nord, mentre tutti temiamo che l’Occidente stia creando le condizioni per una guerra con l’Iran. Vorremmo proporre di battezzarla con un nuovo nome: “Festa della Repubblica Italiana e della pace”.

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Articolo apparso sul “Messaggero” che, gentilmente, autorizza la riproduzione.

di Alessandro Orsini

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