Qatar: primo anniversario della Crisi del Golfo

Pubblicato il 5 giugno 2018 alle 12:20 in Medio Oriente Qatar

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Il 5 giugno 2018 è il primo anniversario della crisi del Golfo. In tale data, un anno fa, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno imposto un embargo contro il Qatar, a causa di un presunto sostegno e finanziamento ad organizzazioni terroristiche. Da parte sua, Doha ha sempre negato le accuse, ma si è trovata in una grave condizione di isolamento. I confini terrestri e marittimi del Paese sono stati chiusi, i collegamenti aerei sospesi e i cittadini del Qatar espulsi dagli Stati sostenitori dell’embargo. I Paesi del Golfo e l’Egitto hanno accusato Doha di sostenere il terrorismo e di essere eccessivamente vicina al rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran. Nell’annunciare l’embargo, Riad aveva dichiarato che questo fosse necessario per “proteggere la sicurezza nazionale dai pericoli del terrorismo e dell’estremismo”. Il Qatar ha ripetutamente definito tali accuse “infondate”, denunciando l’embargo come un tentativo di imporre un controllo sulla nazione.

Subito dopo l’annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche, il Bahrain e l’Egitto hanno richiamato i loro diplomatici da Doha, dando 48 ore di tempo ai diplomatici qatariani per lasciare i propri Paesi. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno imposto misure ancora più dure, concedendo due settimane di tempo a tutti i cittadini del Qatar per lasciare il Paese, senza possibilità di ritornarvi. Le autorità saudite, inoltre, hanno chiuso l’ufficio di Riad dell’emittente qatariana, Al-Jazeera. Infine, la Giordania ha seguito l’esempio e ha annunciato un ridimensionamento dei propri rapporti diplomatici con il Qatar.

Dal momento che  Doha era fortemente dipendente dalle importazioni di prodotti alimentari, si è temuto che la chiusura delle frontiere potesse portare ad una grave carenza di cibo. Tuttavia, grazie all’intervento di Paesi come l’Iran e la Turchia, che hanno aumentato le loro esportazioni di beni alimentari versoil Qatar, una possibile crisi di beni alimentari è stata scongiurata. Il 22 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno consegnato una lista con 13 richieste da soddisfare per mettere fine all’embargo. Tra queste vi erano la chiusura del quotidiano d’informazione Al-Jazeera e della base militare turca a Doha e la limitazione delle relazioni con l’Iran. Il Qatar ha rigettato la lista come “non realistica”, descrivendo le richieste come “non perseguibili”. Il quartetto ha risposto minacciando nuove sanzioni e il 25 luglio ha presentato una lista nera “di terroristi” in cui figuravano 18 gruppi e individui accusati di avere collegamenti con il Qatar. La lista contiene adesso 90 nomi di personalità affiliate ad organizzazioni quali la Mezzaluna Rossa del Qatar e l’Unione internazionale degli studiosi musulmani.

Il blocco ha danneggiato le imprese, le possibilità d’istruzione e la mobilità dei qatariani. Il Qatar ha descritto le azioni intraprese dai paesi bloccanti come “prive di giustificazione legittima”, affermando che tali decisioni vadano a violare la sovranità di Doha. Sia l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani, sia il ministro degli Esteri del Paese, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, hanno ribadito che Doha è disposta a negoziare con le Nazioni della regione e ha accolto le richieste dei leader internazionali di avviare dei colloqui per trovare una soluzione alla questione dell’embargo. Nonostante i gravi sforzi di mediazione da parte del Kuwait, degli Stati Uniti e dell’Europa, un anno dopo, la situazione rimane irrisolta. 

A distanza di un anno, un embargo che era iniziato come espressione di frustrazione dei vicini della regione verso la politica estera indipendente del Qatar, ha, di fatto, approfondito le divisioni politiche e reso più difficile immaginare un ritorno all’unità del Golfo. Secondo quanto riporta un’analisi di Al-Jazeera English, il quotidiano qatariano la cui linea è sgradita ai Paesi del Golfo, è innegabile che nel complesso il blocco abbia avuto un impatto negativo su tutti gli interessati, inclusa l’Arabia Saudita, che ha finito per diminuire il proprio controllo della regione contro un Iran espansionista.

Dal canto suo, l’Arabia Saudita ha acconsentito, proprio il giorno precedente all’anniversario dell’embargo, il 4 giugno, all’entrata nel Paese dei cittadini del Qatar, per ragioni religiose. Secondo quanto riporta Al-Arabiya English, le autorità saudite hanno invitato i qatariani a visitare il Regno per celebrare il rituale religioso dell’Umra, la visita alla Ka‛ba e ai circostanti luoghi sacri della Mecca. Le autorità saudita hanno aggiunto che i cittadini e i residenti del Qatar possono entrare in Arabia Saudita durante il mese sacro del Ramadan del 2018. L’unica limitazione imposta dal Regno è che i qatariani arrivino all’aeroporto internazionale King Abdulaziz di Jeddah, volando con tutte le compagnie aeree tranne Qatar Airways. 

Un aspetto geopolitico molto meno affrontato è che la crisi ha inavvertitamente aiutato il Qatar a mantenere la distanza rispetto ad alcune delle questioni più problematiche del Medio Oriente. In questo caso, il quotidiano Al-Jazeera, fa riferimento al fatto che Doha sia stata esclusa, a seguito dell’embargo, dall’alleanza regionale che è intervenuta nel conflitto in Yemen, iniziato il 21 marzo 2015. Il contesto politico della guerra civile yemenita è stato reso ancora più complesso dall’intervento di potenze esterne. L’Arabia Saudita è intervenuta direttamente nel conflitto il 26 marzo 2015, supportando la fazione del presidente destituito, Rabbo Mansour Hadi, con l’ausilio della Coalizione Araba. Il fronte Houthi, invece, riceve il supporto dell’Iran, che invia segretamente armi al gruppo. Entrambe le coalizioni mirano ad instaurare il proprio controllo sul Paese e temono che la fazione avversa possa ampliare l’influenza sciita o sunnita nella regione.  

Un altro anno di guerra nello Yemen ha aumentato la gravità della catastrofe umanitaria che si sta consumando nel Paese, vittima non solo della guerra, ma anche di un altro embargo che è ancora in atto nella regione. La coalizione a guida saudita aveva deciso di chiudere tutti gli accessi aerei, marittimi e di terra in Yemen il 6 novembre 2017, al fine di contrastare l’invio delle armi agli Houthi da parte dell’Iran. La misura era stata imposta dopo che, il giorno precedente, i ribelli yemeniti avevano lanciato un missile balistico contro l’aeroporto internazionale King Khaled, situato nella capitale saudita. Qualche giorno dopo, il 13 novembre, l’Arabia Saudita aveva dichiarato che la coalizione araba avrebbe riaperto gli aeroporti e i porti, a causa della pressione delle organizzazioni umanitarie, che temevano che il blocco potesse condannare milioni di persone “a morire di fame”.

Tuttavia, la promessa saudita non aveva avuto un seguito, di conseguenza, il 16 novembre 2017, di fronte al peggioramento della situazione umanitaria nel Paese, le Nazioni Unite avevano emesso un comunicato mirato a fare pressione alla coalizione araba affinché riaprisse gli accessi al Paese senza ulteriori indugi. In tale occasione, l’ONU aveva definito la situazione dello Yemen “la peggiore crisi nel mondo”, nella quale più di 20 milioni di persone, tra cui 11 milioni di bambini, hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti. Nonostante ciò, soltanto il 27 novembre 2017, dopo 3 settimane di blocco, una nave che trasportava aiuti umanitari e rifornimenti alimentari era arrivata nel porto yemenita di Saleef, situato sul mar Rosso a 70 km di distanza da quello di Hodeida. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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