Etiopia: rilasciati il leader del partito d’opposizione Ginbot 7 e altri 575 detenuti

Pubblicato il 31 maggio 2018 alle 8:00 in Africa Etiopia

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Il governo etiope ha confermato il rilascio di Andargachew Tsige, leader del partito d’opposizione Ginbot 7, che le autorità del Paese avevano etichettato come gruppo terrorista nel 2011. Insieme a lui, altri 575 detenuti sono stati liberati martedì 29 maggio. Il rilascio è stato annunciato su Twitter dal capo dello staff del primo ministro, Abiy Ahmed.

Tsige era stato riconosciuto colpevole di terrorismo e condannato in absentia nel 2009 per il suo ruolo di segretario generale nel gruppo di opposizione Ginbot 7. L’uomo era stato poi arrestato durante uno scalo all’aeroporto di Yemen nel giugno 2014 e portato in Etiopia. Berhanu Tsegaye, procuratore generale etiope, aveva dichiarato in un incontro con i giornalisti ad Addis Abeba, sabato 27 maggio, che a Tsige e agli altri 575 detenuti sarebbe stata concessa la grazia in seguito a “circostanze speciali”. Il procuratore aveva poi specificato che “la decisione è stata presa con l’intenzione di allargare lo spazio per la libertà politica nel Paese”. Tigistu Awelu, presidente del partito di opposizione Andinet, ha accolto con favore la decisione del governo di liberare Tsige e l’ha definita “estremamente significativa in vista della riconciliazione nazionale e della stabilità”.

Questo round di scarcerazioni fa parte del programma nazionale unitario del governo, formato dalla coalizione del Fronte Democratico del Popolo etiope Rivoluzionario (EPRDF), annunciato in seguito ad anni di violenti disordini. Migliaia di prigionieri, tra cui diversi leader dell’opposizione, sono stati liberati da gennaio 2018 dopo essere stati accusati di terrorismo o incitamento alla rivoluzione ed essere stati condannanti, in diversi casi, a pene capitali.

Dal novembre 2015, il Paese è stato colpito da una serie di disordini scoppiati in seguito all’approvazione di un piano di sviluppo urbano per Addis Abeba, il quale, secondo i critici, avrebbe portato a sequestri di terre nella circostante regione dell’Oromia. Anche in seguito alla cancellazione del progetto, noto con il nome di Master Plan, nel gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi nel resto del Paese e trasformandosi in manifestazioni sui diritti politici, che hanno costretto alle dimissioni il primo ministro Hailemariam Desalegn, il 15 febbraio 2018. Il giorno seguente, la coalizione governativa ha dichiarato lo stato di emergenza della durata di 6 mesi, che ha comportato una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Il 27 marzo è stato eletto il nuovo premier, Abiy Ahmed, ex tenente-colonnello dell’esercito. Ahmed, originario di Oromia e parte dell’Oromo Peoples Democratic Organization (OPDO), uno dei quattro partiti della coalizione governativa, ha inaugurato il suo mandato il 2 aprile. Il nuovo leader ha giurato di voler attuare riforme democratiche per porre fine alle proteste nel Paese.

Dallo scorso 11 maggio, il governo e il partito d’opposizione in esilio, il Fronte Democratico Oromo (ODF), hanno aperto i colloqui per consentire ai membri del gruppo di tornare in patria. Il governo etiope aveva altresì affermato di essere pronto a “coinvolgere tutti coloro che abbracciano mezzi di lotta nonviolenta”.  L’ODF è stato formato nel 2013 e persegue l’obiettivo dell’autodeterminazione per il gruppo etnico degli Oromo, il più grande dell’Etiopia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Chiara Gentili

di Redazione

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