Assad: USA e potenze straniere fuori dalla Siria

Pubblicato il 31 maggio 2018 alle 13:10 in Medio Oriente Siria

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Il presidente siriano, Bashar Al-Assad, ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi dalla Siria e ha promesso di recuperare le aree del Paese sotto il controllo delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti, attraverso negoziati o con l’uso della forza. Il presidente siriano ha rilasciato tali dichiarazioni durante un’intervista pubblicata da Russia Today il 31 maggio e riportata da Reuters.

Nell’intervista, Al-Assad ha annunciato che il governo siriano “ha appena iniziato ad aprire le porte ai negoziati” con le Syrian Democratic Forces (SDF), un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta in maggioranza da curdi, ma anche da arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Fin dalla sua creazione, il 10 ottobre 2015, l’alleanza è sostenuta dalla coalizione internazionale a guida americanae al momento controlla alcune zone della Siria settentrionale e orientale. Al-Assad ha dichiarato che le negoziazioni sono la prima opzione, ma se queste non dovessero ripristinare il controllo del presidente su tutto il territorio siriano, il governo dovrà allora ricorrere all’uso della forza. “Non abbiamo altre opzioni”, ha affermato Al-Assad, che ha poi aggiunto che “gli americani dovrebbero andarsene e in qualche modo se ne andranno”.

Il presidente siriano ha fatto riferimento all’esperienza americana in Iraq, paragonandola all’intervento in Siria. “Sono andati in Iraq senza basi legali e guardate cosa gli è successo, devono imparare la lezione” ha riferito Al-Assad, che ha concluso affermando che “il popolo [siriano] non accetterà più gli stranieri in questa regione”. La guerra in Iraq ha avuto inizio il 20 marzo 2003 con l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione multinazionale, guidata dagli Stati Uniti d’America, ed è terminato il 18 dicembre 2011 con il ritiro statunitense dal Paese. 

 Rispondendo alla provocazione dello scorso anno del presidente americano, Donald Trump, che lo aveva definito un “animale” in un’intervista a Fox Business Network dell’11 aprile del 2017, il leader siriano ha dichiarato: “Quello che dici è ciò che sei”. In tale occasione, il presidente Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti sul campo in Siria e aveva denunciato l’utilizzo di armi chimiche contro civili nel conflitto siriano. A tale riguardo, Al-Assad ha ribadito che il governo siriano non ha condotto l’attacco chimico sulla città di Douma, affermando che il governo non disponeva di armi chimiche e che non sarebbe stato nel suo interesse effettuare tale attacco. 

Gli episodi a cui si fa riferimento sono quelli della notte tra sabato 7 e domenica 8 aprile, quando la Syrian American Medical Society (SAMS), una organizzazione di soccorso medico operante in territorio siriano, aveva riferito che due attacchi chimici avevano colpito il territorio del Ghouta orientale. In un primo momento, una bomba al cloro aveva colpito la città di Douma, subito dopo, un secondo attacco con “agenti misti”, tra i quali gas nervino, era stato lanciato contro un edificio poco distante, causando la morte di 60 persone. Il governo siriano aveva immediatamente negato la responsabilità dell’attacco. Giovedì 12 aprile, il presidente francese, in occasione di un’intervista rilasciata al canale televisivo TF1, aveva annunciato di avere le prove dell’utilizzo di armi chimiche da parte delle forze fedeli al governo del presidente siriano, Bashar Al-Assad. In questo contesto, nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 aprile, gli Stati Uniti, insieme agli alleati francesi e inglesi, avevano lanciato oltre 100 missili contro la Siria in risposta all’attacco chimico che aveva colpito il territorio del Ghouta orientale la settimana precedente.

L’intervento in Siria di forze straniere ha reso ancora più complesso il conflitto siriano. Le forze governative siriane fanno affidamento sul sostegno del gruppo militante libanese Hezbollah e sulle milizie regionali organizzate dall’Iran, per condurre la guerra ai ribelli e ai militanti dello Stato islamico. Grandi aree rimangono comunque fuori dal controllo siriano ai confini con l’Iraq, la Turchia e la Giordania. Questi includono le parti del nord-est detenute dalle SDF a maggioranza curda e frammenti di territorio detenuti dalle forze ribelli nel nord-ovest e nel sud-ovest.

Nella zona sud-occidentale del Paese, dove i ribelli detengono ancora una porzione di terre al confine con Israele e con la Giordania, Al-Assad corre il pericolo di entrare in conflitto con Israele, che intende difendere la propria frontiera da scontri e incursioni, e che ha iniziato a condurre raid aerei in Siria. In tale area, nella notte tra il 9 e il 10 maggio, l’esercito israeliano ha colpito contemporaneamente più di 50 obiettivi iraniani in Siria, causando la morte di 23 persone, di cui 5 soldati governativi, fedeli al governo siriano, in risposta a un attacco lanciato da Teheran contro le alture del Golan occupato. Si è trattato di una delle più grandi operazioni israeliane da decenni, secondo quanto riferito dalle Forze di Difesa israeliane.

Al-Assad ha dichiarato, sempre il 31 maggio, che la presenza dell’Iran in Siria è stata limitata agli ufficiali che stanno assistendo l’esercito siriano. Il presidente siriano, riferendosi all’attacco israeliano del 10 maggio, ha riferito che “ci sono state decine di martiri siriani e soldati feriti, ma non una singola vittima iraniana”. Interrogato su cosa fare per fermare gli attacchi aerei israeliani, Al-Assad ha dichiarato che “l’unica opzione è migliorare la nostra difesa aerea, questa è l’unica cosa che possiamo fare, e lo stiamo facendo”. Ha inoltre riferito che le difese aeree della Siria sono adesso molto più forti di prima, grazie alla Russia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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