Myanmar: proteste contro le forze di polizia

Pubblicato il 30 maggio 2018 alle 19:20 in Asia Myanmar

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Il governo del premio Nobel Aung San Suu Kyi è stato sollecitato da una folla di manifestanti, mercoledì 30 maggio, a prendere provvedimenti nei confronti delle forze di polizia che hanno interrotto con la violenza una manifestazione pacifica.

Il 12 maggio nella capitale Yangon si era svolta una manifestazione pacifica in favore delle vittime degli scontri scoppiati nelle aree settentrionali del Paese. Durante la manifestazione, le forze di polizia della capitale erano intervenute con la forza, arrestando 17 degli organizzatori con l’accusa di aver organizzato una protesta senza ricevere il permesso.

“La polizia è arrivata, ci ha arrestato e ci ha picchiato senza una ragione. Per questo motivo chiediamo che vengano presi dei seri provvedimenti nei confronti dei poliziotti che hanno usato violenza durante la manifestazione pacifica. Questi gesti rappresentano una mancanza di rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini”, si legge in una lettera scritta da 8 organizzatori della manifestazione.

Di fronte alla richiesta dei manifestanti il portavoce del governo, Zaw Htay, e il portavoce delle forze di polizia, Myo Thu Soe, hanno preferito non rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale.

Le manifestazioni pacifiche contro la guerra in atto nel Myanmar sono aumentate a seguito della frustrazione di molti giovani cittadini di fronte alla difficoltà da parte della leader Aung San Suu Kyi di mantenere la promessa di porre fine a decenni di guerra da parte delle minoranze etniche che rivendicano una propria autonomia.

La minoranza più perseguitata in Myanmar rimane il popolo Rohingya, di religione islamica. Dall’ottobre 2016, i Rohingya sono oggetto di una violenta campagna militare condotta dall’esercito del Myanmar, in risposta a una serie di attacchi effettuati dai militanti estremisti dell’ARSA, un’organizzazione nata con lo scopo di difendere la minoranza etnica. La situazione è peggiorata dal 24 agosto 2017, in seguito a una nuova serie di attentati a circa 25 stazioni di polizia e contro una base dell’esercito birmano.

Circa 700.000 membri dei Rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh, a causa degli scontri con l’esercito del Myanmar. I rifugiati hanno riferito di essere stati testimoni di uccisioni, stupri e incendi dolosi su larga scala. Gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno definito la situazione “una pulizia etnica”. Il governo del Myanmar ha respinto tutte le accuse, affermando di aver solamente lanciato un’operazione legittima contro gli insorgenti e che il giro di vite da parte dell’esercito è stato provocato dagli attacchi dei militanti Rohingya.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Alice Barberis

di Redazione

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