Israele costruisce una barriera marina a nord di Gaza

Pubblicato il 28 maggio 2018 alle 12:58 in Israele Palestina

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Israele ha annunciato di aver avviato la costruzione di una barriera protettiva a largo della costa di Gaza, per prevenire la possibilità di presunte infiltrazioni via mare nel e dal territorio palestinese.

La barriera consisterà in una diga fortificata, sormontata da filo spinato, che sarà costruita a largo della spiaggia di Zikim, situata in territorio israeliano pochi chilometri a nord di Gaza. La notizia è stata resa nota, domenica 27 maggio, dal Ministero della Difesa israeliano in una nota.

“La barriera è un ostacolo che impedirà efficacemente la possibilità di penetrare in Israele via mare”, ha comunicato il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, in una dichiarazione. Il Ministero ha annunciato che il frangiflutti, il primo del suo genere al mondo, sarà pronto entro la fine del 2018. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sul progetto, ma Lieberman ha sottolineato che la fortificazione marina rappresenterà “un duro colpo per Hamas”.

L’annuncio dell’iniziativa è arrivato mentre numerosi attivisti internazionali avevano iniziato a navigare verso Gaza, su quattro navi denominate Freedom Flotilla, impegnate in una missione progettata per sfidare il blocco decennale di Israele nei confronti della Striscia di Gaza. Secondo quanto riportato dal quotidiano The New Arab, la prima nave, chiamata l’Al-Awda, in arabo “il ritorno”, è salpata una settimana fa dalla Norvegia e si è unita ad altre tre barche a Copenaghen, domenica 27 maggio, prima di iniziare un tour dei porti europei che si concluderà nella Striscia di Gaza.

“Il blocco di Gaza è al suo undicesimo anno e questo rappresenta una violazione così grave del diritto internazionale che può essere definito un crimine contro l’umanità”, ha dichiarato il partecipante Mikkel Grüner, un cittadino danese che ricopre la carica di consigliere comunale a Bergen, in Norvegia. Altri volontari si uniranno alla flotta multinazionale nelle diverse fasi del viaggio e solo un gruppo selezionato potrà partecipare al tentativo di raggiungere Gaza.

Secondo quanto riportato dal sito dell’organizzazione stessa, dal 2008 al 2016, gli attivisti della Coalizione della Freedom Flotilla hanno fatto salpare 31 imbarcazioni per sfidare il blocco navale israeliano di Gaza. Nessuna di queste navi è mai riuscita ad arrivare a destinazione, poiché precedentemente intercettate dalle forze di sicurezza israeliane. Durante una delle missioni più problematiche, quella del maggio 2010, Israele aveva ordinato l’assalto delle navi. In quell’occasione, le forze israeliane avevano ucciso 10 attivisti turchi e provocato una rottura dei legami diplomatici tra i due Paesi che è durata fino al 28 giugno del 2016, data della forma dell’accordo di riconciliazione tra i due Paesi.

Attualmente, le relazioni tra Turchia e Israele sono estremamente peggiorate a causa delle violenze avvenute nella giornata del 14 maggio al confine tra Gaza e Israele, coincise con l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme, che hanno provocato più di 60 vittime palestinesi. Le proteste si inserivano nel contesto delle manifestazioni, note anche con il nome di Marcia di Ritorno, iniziate venerdì 30 marzo 2018.  Il progetto degli organizzatori della marcia prevedeva l’avvicinamento graduale alla barriera di sicurezza israeliana in una serie di manifestazioni che sarebbero dovute durare sette settimane. Durante le manifestazioni sono morti almeno 109 palestinesi, ma il picco della violenza è stato toccato appunto il 14 maggio, giorno precedente alla fine delle manifestazioni.

A seguito di tali eventi, Israele è stato accusato di utilizzo ingiustificato della forza letale dal rappresentante Onu per il Medio Oriente, Nikolai Mladenov, in una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza sugli accadimenti di Gaza, tenutasi il 15 maggio. Durante tale incontro, numerosi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu avevano richiesto un’indagine indipendente sulle violenze. Tuttavia, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, aveva addossato le responsabilità delle violenze del 14 maggio agli estremisti di Hamas e aveva smentito qualsiasi connessione tra le violenze a Gaza e l’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Dal canto suo, Israele ha affermato che i propri soldati stavano difendendo i confini e ha accusato a sua volta i militanti di Hamas di aver tentato un attacco contro Israele, mascherandolo dietro le proteste.

La Turchia è particolarmente attiva nella risposta alle azioni di Israele nei confronti dei territori Palestinesi. Il presidente turco, Tayyip Erdogan, ha paragonato le azioni delle forze israeliane a quelle della Germania nazista nei confronti degli ebrei, durante la seconda guerra mondiale. Sul piano diplomatico, Erdogan ha risposto alle violenze di Gaza chiedendo all’ambasciatore israeliano ad Ankara di lasciare il Paese e richiamando anche i suoi diplomatici negli Stati Uniti e Israele “per consultazioni”, ha affermato che la Turchia potrebbe prendere in considerazione l’imposizione di un embargo contro alcuni beni israeliani e ha convocato, il 18 maggio, un summit speciale in Turchia dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) al fine di coordinare le misure contro Israele.

Lo stesso giorno, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato l’apertura di un’indagine per quanto riguarda le violenze a Gaza. Sabato 19 maggio, Israele si è scagliato contro tale decisione e il ministro della Difesa israeliano Liberman ha accusato l’organo Onu di Ginevra di essere diventato “una cheerleader dei terroristi”. Israele ha spiegato che non parteciperà all’indagine, la quale approvazione è stata definita irrilevante dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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