Libia: l’impatto delle politiche europee del 2017 sui flussi migratori

Pubblicato il 24 maggio 2018 alle 11:06 in Approfondimenti Immigrazione

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Le politiche migratorie attuate dall’Unione Europea in Libia dall’inizio del 2017 hanno prodotto un aumento nel numero delle reti di trafficanti in Libia e nel Mediterraneo. È quanto riporta uno studio dell’iniziativa REACH, finanziata dalla UN Refugee Agency (UNHCR), che ha realizzato un’analisi sull’impatto delle misure messe in atto dall’UE e dall’Italia per limitare i flussi migratori dalla Libia dall’inizio dell’anno passato.

La ricerca è basata sullo studio di tre aspetti chiave, quali i cambiamenti delle rotte migratorie verso la Libia e gli snodi dei traffici, le interviste semi-strutturate condotte con 75 migranti dei centri di detenzione libici e con 32 trafficanti di esseri umani e, infine, il modo in cui le nuove politiche attuate nel 2017 hanno influenzato le decisioni dei migranti di rimanere o lasciare la Libia.  

Per quanto riguarda il cambiamento delle rotte migratorie verso il Paese nordafricano, il documento informa che i 3 principali punti di entrata in Libia non sono mutati con le nuove politiche europee. Il primo è situato lungo i confini con l’Algeria ed è attraversato soprattutto da migranti provenienti dall’Africa occidentale. Il secondo punto di entrata si trova in prossimità delle frontiere meridionali libiche, con il Niger e il Ciad, dal quale i migranti cercano di raggiungere Sebha, nel sud del Paese. Il terzo punto di entrata, invece, è posizionato lungo i confini sud-orientali con una parte del Ciad e una parte del Sudan ed è attraversato soprattutto da persone originarie dell’Africa centrale e orientale, che raggiungono la regione di Alkufra. REACH ha individuato altresì rotte secondarie che passano dall’Egitto, in prossimità della città costiera di Emsaed. Nonostante tali snodi non siano cambiati, a partire dal 2017 è stato registrato un aumento nel numero di migranti che hanno attraversato l’Algeria e il Ciad. Ciò è stato il risultato, ad avviso del report, delle maggiori misure di sicurezza attuate, soprattutto nella regione di Agadez in Niger. La maggior parte delle fonti ha confermato di non aver riscontrato una diminuzione nel numero delle entrate dei rifugiati dai confini meridionali libici fino alla metà del 2017. In seguito a tale data, i flussi hanno mutato direzione, spostandosi ai lati del Niger, in Ciad e in Algeria.

All’interno della Libia, i traffici migratori hanno subito cambiamenti fin dall’inizio del 2017, con un aumento delle rotte secondarie lungo la costa orientale e un’emergenza di nuovi snodi a nord-est. Mentre nei primi mesi del 2017 era stato riferito che la maggioranza dei migranti tendeva a concentrarsi lungo la costa occidentale, le rotte riscontrate nell’aprile 2018 da REACH indicano che i rifugiati attraversano tutta la costa libica, arrivando sia da sud sia da sud-est. I principali mezzi di trasporto utilizzati dai trafficanti rimangono i camion, le auto 4×4 e i taxi, in base a quanto sono disposti a pagare i migranti.

All’inizio del 2017, i principali snodi dei traffici erano tripoli e Bani Waleed, ancora attivi nei primi mesi del 2018. Ne è una dimostrazione il fatto che, mercoledì 23 maggio, 20 migranti sono rimasti feriti a Bani Waleed dopo essere fuggiti dal luogo in cui erano tenuti nascosti dia trafficanti, secondo quanto riportato dal quotidiano libico, Libya Observer. Alcuni testimoni hanno riferito che gli stranieri, tutti di origini africana, avevano tentato di evadere dalla “factory 51”, struttura dove erano detenuti da Musa Diyab, il loro controllore, che ha aperto il fuoco contro di loro non appena ha capito che stavano cercando di fuggire. Nessuno di loro è rimasto ucciso, ma sono stati tutti portati in ospedale per ricevere cure mediche.

Oltre a Tripoli e Bani Waleed, si sono aggiunti nuovi punti caldi nell’est del Paese, soprattutto nelle vicinanze di Ejdabia, Sirte e Tobruk. Ciò, secondo quanto riportato dal documento, è stato dovuto a due ragioni. La prima è stata l’aumento dell’operatività della Guardia Costiera libica, addestrata sia dall’UE sia dall’Italia, lungo la costa occidentale, unita a una serie di operazioni per smantellare i traffici nella capitale e a Bani Waleed. La seconda ragione dei cambiamenti è legata alla stabilizzazione dell’area centro-settentrionale intorno a Sirte, liberata dai gruppi armati e dall’ISIS tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, che ha permesso un maggiore accesso ai trafficanti verso l’est del Paese. Le interviste condotte da REACH hanno altresì evidenziato che, nelle zone di Tobruk, Ejdabia e Sirte si trovano diversi luoghi, fuori dai centri urbani, in cui vengono tenuti i migranti in attesa di essere trasferiti in siti più vicini alla costa per imbarcarsi. Tali luoghi sono costituiti da fattorie abbandonate e magazzini dove la ricezione telefonica è quasi del tutto assente, così da non essere rintracciati dalla polizia. In particolare, Edjaba nel 2017 è tornata ad essere un punto focale dei traffici migratori, dopo aver subito una battuta di arresto nel 2016.

Infine, in merito alla diminuzione nel numero di partenze dalla Libia registrate a partire dal lungo 2017, il documento riferisce che ciò è stato dovuto in larga parte ai maggiori controlli lungo le aree costiere. Tuttavia, i trafficanti intervistati a Bani Waleed hanno rivelato che l’incremento del monitoraggio costiero non ha diminuito il numero di migranti presenti all’interno dei centri di detenzione che, al contrario, è aumentato. Inoltre, gli scafisti sono stati e sono tutt’ora costretti a tenere prigionieri i rifugiati per più tempo nei magazzini prima di trasportarli lungo le coste per farli imbarcare. Ciò comporta un ulteriore peggioramento delle condizioni e degli abusi subiti dai migranti. Questi ultimi, secondo le interviste effettuate da REACH, si dividono in due categorie. La prima è costituita da persone che hanno pianificato il loro viaggio verso l’Europa in diverse tappe, quali raggiungere la Libia, trovare lavoro e rimanervi per guadagnare le risorse sufficienti a pagare i trafficanti. La seconda categoria di migranti dei centri di detenzione libici, invece, è composta da persone che, avendo già pagato gli scafisti, passano per la Libia intendendola solo come zona di transito prima di giungere in Italia.

La Libia costituisce ormai da anni il principale porto di partenza dei flussi migratori che, attraverso il Mediterraneo, tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa. Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato, nell’ottobre 2011, il Paese nordafricano non è mai riuscito a compiere una transizione democratica. Ancora oggi il potere politico è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Italia; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani approfittano di tale situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

Le autorità italiane, fin dall’inizio del 2017, con il supporto dell’Unione Europea, hanno concluso una serie di patti con la Libia, volti a diminuire le ondate di migranti verso l’Italia. Il 2 febbraio 2017, Roma ha firmato un accordo sull’immigrazione con le autorità del governo di Tripoli, stanziando 200 milioni di euro per avviare la collaborazione tra i due Stati. Con tale accordo, Italia e Libia sono intervenute per scoraggiare l’immigrazione clandestina e rimandare i migranti irregolari nei loro Paesi di provenienza entro una settimana dopo il loro fermo. Successivamente, il 31 marzo, il governo italiano ha reso noto che 60 leader tribali libici avevano firmato un accordo di pace, accettando di collaborare con le forze di sicurezza italiane per ridurre il flusso di migranti dalla Libia verso l’Europa. Successivamente, Il 28 luglio scorso, il premier Paolo Gentiloni ha approvato una risoluzione che ha ordinato l’organizzazione di una missione di supporto per la Guardia Costiera libica. Il 30 agosto 2017, l’Italia si è poi offerta di addestrare e formare 1.000 membri della marina libica, per fornire servizi di controllo anti-immigrazione illegale e di indagini criminali. Da parte sua, l’UE addestra gli ufficiali della Guardia Costiera libica dall’ottobre 2016 nell’ambito dell’Operazione Sophia, lanciata nel luglio 2015 con lo scopo di contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani lungo il Mediterraneo centrale. Ad oggi, sono 188 gli ufficiali libici che hanno completato la formazione. Ne è conseguito che, a partire dal luglio 2017, gli sbarchi in Italia sono progressivamente diminuiti, tanto che, dal primo gennaio al 24 maggio 2018, sono giunti sulle coste italiane 10.808, di cui 7.103 provenienti dalla Libia. Si tratta di una diminuzione di quasi l’78% rispetto ai dati dello stesso periodo del 2017. Inoltre, nei primi tre mesi del 2018, la Guardia Costiera libica ha compiuto più di 4.100 operazioni di salvataggio in mare nella tratta del Mediterraneo Centrale, tra la Libia e l’Italia, raggiungendo una cifra che è pari al doppio rispetto ai 2.500 soccorsi effettuati dalle navi delle Ong nello stesso periodo.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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