Siria: i ribelli si ribellano all’influenza della Russia sui negoziati di pace

Pubblicato il 16 maggio 2018 alle 6:10 in Medio Oriente Siria

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Russia, Turchia e Iran parteciperanno ai prossimi negoziati di pace per la Siria che si terranno a luglio nella città russa di Sochi, e non più nella capitale del Kazakistan, Astana. Questo è quanto hanno affermato i tre Paesi, al termine dell’ultimo incontro. Il nono round dei negoziati di Astana si è tenuto lunedì 14 e martedì 15 maggio nella capitale del Kazakistan e ha visto coinvolti Russia, Iran, Turchia e le delegazioni dell’opposizione siriana e del presidente, Bashar Al-Assad.

La rappresentanza dei ribelli siriani ha dichiarato che boicotterà il prossimo incontro poiché sarà la Russia a ospitarlo. Da quando sono iniziati, il 23 gennaio 2017, gli incontri trilaterali per la distensione del conflitto in Siria si sono sempre tenuti in Kazakistan, proprio per via del ruolo neutrale del Paese rispetto al conflitto. Le ragioni dello spostamento da Astana a Sochi dei negoziati non sono state chiarite. Il negoziatore dei ribelli siriani, Yasser Abdul Rahim, ha affermato che tale trasferimento è inaccettabile. “Se ci inviteranno, non andremo a Sochi”- ha dichiarato Rahim – e ha aggiunto che “i ribelli armati non andranno a Sochi perché abbiamo il dovere di rispettare la nostra gente. Le forze russe non hanno smesso di uccidere il popolo siriano”.

I rappresentanti del governo siriano del presidente Bashar Al-Assad non hanno sottoscritto alcuna dichiarazione congiunta. Il delegato di Damasco, Bashar Al-Ja’afari, che è anche ambasciatore per la Siria presso le Nazioni Unite, ha dichiarato che la delegazione siriana è “soddisfatta” dei risultati degli ultimi negoziati di pace. Tuttavia, Al-Ja’afari ha mandato un messaggio molto chiaro a Stati Uniti e Turchia, i Paesi che sostengono i ribelli. “La repubblica araba siriana continuerà nella sua lotta per liberare ogni angolo della nostra terra” – ha dichiarato – “dal terrorismo come dagli stati aggressori che minano la nostra sovranità nazionale”.

Il ministro degli Esteri ha sottolineato le riserve di Ankara riguardo alle “operazioni di evacuazione forzata condotte nel Ghouta orientale e nel nord di Homs e sulle leggi che aprono la strada alla confisca delle proprietà dei profughi siriani e degli sfollati interni”. Il ministro si riferisce alla liberazione del territorio del Ghouta orientale da parte delle forze governative siriane, avvenuta il 12 aprile, e la stipula dell’accordo di evacuazione con i ribelli di Homs e Hama, raggiunto il 2 maggio. Quest’ultimo patto, concordato grazie alla mediazione della Russia, alleata del governo di Damasco, prevedeva che i ribelli e i civili avrebbero potuto abbandonare l’area in maniera sicura, dopo aver consegnato le armi pesanti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, che riporta le testimonianze degli abitanti, la Russia avrebbe esercitato pressione sui ribelli, per spingerli ad accettare l’accordo del 2 maggio. È previsto il trasferimento di coloro che non siano favorevoli all’accordo nel governatorato di Idlib, situato nel nord-ovest della Siria, l’ultima grande roccaforte dell’opposizione siriana, a partire da sabato 5 maggio.

Nel governatorato di Idlib stanno convergendo tutti i ribelli siriani che hanno lasciato le loro enclave, nel contesto degli accordi con il governo. Al momento, il territorio costituisce un riparo per i civili e i ribelli scacciati dalle forze del regime in altre zone della Siria, in particolare il Ghouta orientale, oltre ai civili che sono stati costretti ad abbandonare il distretto di Afrin, in seguito al lancio dell’operazione turca Ramo d’Olivo, avvenuto il 20 gennaio.

Il 6 marzo, Ankara aveva annunciato che avrebbe stabilito alcuni campi profughi nel governatorato di Idlib, per ospitare circa 170.000 sfollati siriani provenienti dal distretto di Afrin. Nel governatorato di Idlib si trovano anche i combattenti di Tahrir Al-Sham che erano stati rimpatriati, insieme alle loro famiglie, dai campi profughi di Arsal, in Libano, nell’agosto 2017. In merito alla situazione del governatorato, il 24 aprile, l’inviato speciale del segretario generale dell’ONU per la Siria, Staffan de Mistura, aveva esortato la comunità internazionale a prevenire un nuovo disastro umanitario nel territorio. In questo contesto, de Mistura aveva affermato che Idlib potrebbe costituire il prossimo obiettivo del presidente siriano, nel contesto della guerra contro i ribelli per il controllo del territorio nazionale siriano.

Infine, è necessario menzionare che il nono round dei negoziati si è svolto in un momento in cui la situazione della Siria è stata aggravata dalle tensioni tra Iran e Israele. Nella notte tra mercoledì 9 e giovedì 10 maggio, le forze israeliane avevano colpito 50 postazioni, appartenenti alle Quds Forces, unità speciale del Corpo delle guardie della rivoluzione iraniane, situate all’interno del territorio siriano, causando la morte di 23 persone, tra le quali 5 soldati fedeli al governo siriano. Si era trattato del più grande attacco, condotto da Israele contro il territorio siriano, dalla guerra dello Yom Kippur, che si era combattuta tra il 6 e il 25 ottobre 1973. L’attacco israeliano era giunto in risposta al lancio di 20 missili contro il suo territorio nazionale, lanciati dalle forze iraniane che si trovano in Siria.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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