Ambasciata USA a Gerusalemme: almeno 60 morti durante le proteste a Gaza

Pubblicato il 15 maggio 2018 alle 12:46 in Israele Palestina

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Almeno 60 palestinesi sono morti e più di 2,700 sono stati feriti, durante le proteste scoppiate a Gaza a seguito del trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la cui inaugurazione è avvenuta lunedì 14 maggio. Secondo quanto riportato dal quotidiano Al-Jazeera, l’esercito israeliano avrebbe aperto il fuoco e avrebbe utilizzato lacrimogeni e bombe incendiarie sui manifestanti riuniti presso la barriera che separa la Striscia di Gaza da Israele. Secondo l’agenzia di stampa israeliana Ynet News, almeno 4 delle vittime sarebbero stati membri delle forze di sicurezza di Hamas.

Le proteste si inseriscono nel contesto delle manifestazioni, note anche con il nome di Marcia di Ritorno, che sono iniziate venerdì 30 marzo 2018. A partire da quella data, il conto delle vittime di queste proteste, durate sette settimane, è di 109 palestinesi. Il progetto degli organizzatori della marcia prevedeva l’avvicinamento graduale alla barriera di sicurezza israeliana in una serie di manifestazioni che dovrebbero durare fino a domani, 15 maggio 2018, giorno in cui si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Catastrofe, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948.

Il giorno precedente, il 14 maggio, gli israeliani celebrano quella che nel 1948 fu la data dell’indipendenza di Israele. Stando ad Al-Jazeera, le manifestazioni erano state pianificate in modo da coincidere con la cerimonia inaugurale dell’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Come comunicato dalla Casa Bianca il 7 maggio, il presidente americano Trump non ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione, mentre erano presenti il vice segretario di Stato americano, John Sullivan, il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin, il genero e consigliere senior del presidente americano, Jared Kushner, e la figlia del presidente, Ivanka Trump.

A partire dalla mattina del 14 maggio, i palestinesi della Striscia di Gaza hanno tentato di avvicinarsi alla barriera di sicurezza che separa il territorio palestinese da Israele. Dei 52 palestinesi uccisi dalle forze israeliane che presidiano il confine, almeno 6 sarebbero minorenni, di cui una di sesso femminile. Tra gli almeno 2.700 feriti vi sarebbero più di 200 minorenni, 78 donne e 11 giornalisti. “Gli ospedali sono in stato di allarme. Le ambulanze non smettono di arrivare. I frigoriferi si stanno riempiendo di corpi e centinaia di persone vi si stanno riunendo intorno, angosciati dalle notizie della morte dei propri cari”, ha riferito il giornalista locale, Maram Humaid, ad Al-Jazeera.

La decisione di trasferire la rappresentanza diplomatica americana da Tel Aviv, in cui si trovava dal 1966, a Gerusalemme era stata annunciata ufficialmente il 6 dicembre 2017, nel contesto del riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele. Si tratta di una questione estremamente delicata, dal momento che la città rappresenta un sito religioso fondamentale sia per i musulmani sia per gli ebrei, di conseguenza, sia i palestinesi sia Israele ambiscono a proclamare la città capitale del proprio Stato. Lo status di Gerusalemme costituisce una delle questioni più spinose nel processo di pace israeliano-palestinese. Da parte sua, la comunità internazionale ritiene che lo status di Gerusalemme debba essere deciso soltanto nei colloqui di pace tra Israele e Palestina.

Al momento, Gerusalemme dovrebbe costituire un territorio internazionalizzato, secondo il piano di spartizione dell’ONU del 1947. A seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, Gerusalemme era stata suddivisa nella zona occidentale, abitata principalmente dalla popolazione ebraica, controllata da Israele, e in quella orientale, abitata principalmente dalla popolazione araba, sotto il controllo della Giordania. In seguito alla guerra dei Sei Giorni del 1967, Gerusalemme est è stata occupata da Israele. Nel 1980, il Paese ha esteso la propria sovranità sulla città vecchia, attraverso l’approvazione della cosiddetta “legge fondamentale” che proclamava unilateralmente Gerusalemme come capitale di Israele. Tale passaggio non è mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale.

Secondo quanto affermato da Trump, la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi avrebbe fatto parte di una politica già intrapresa dagli Stati Uniti. Il presidente faceva riferimento al fatto che, nel 1995, il Congresso americano aveva approvato il Jerusalem Embassy Act, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero dovuto trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme entro il 31 dicembre 1999, oltre a riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La legge prevedeva altresì che il presidente americano potesse rimandare l’attuazione della norma, in caso di pericolo per la sicurezza nazionale. Dall’anno di approvazione di tale legge, ogni sei mesi i presidenti americani sono chiamati a firmare un documento sulla sicurezza nazionale per mantenere la rappresentanza diplomatica nella città. Tale procedura è stata rispettata fino a lunedì 4 dicembre 2017, quando il presidente Trump ha deciso di non firmare il documento, avviando in tal modo le procedure per il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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