12 Stati africani partecipano a inaugurazione ambasciata USA a Gerusalemme

Pubblicato il 15 maggio 2018 alle 18:00 in Africa Medio Oriente

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Dodici Paesi africani hanno preso parte all’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, lunedì 14 maggio, nonostante la maggior parte di loro abbia votato contro la decisione del trasferimento. La cerimonia si è tenuta in presenza della figlia del presidente americano, Ivanka Trump, del genero e consigliere senior, Jared Kushner, del vice segretario di Stato americano, John Sullivan, e del segretario del Tesoro, Steven Mnuchin. Il presidente Donald Trump, invece, non era presente.

La decisione di trasferire la rappresentanza diplomatica americana da Tel Aviv, in cui si trovava dal 1966, a Gerusalemme era stata ufficialmente annunciata il 6 dicembre 2017, nel contesto del riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele. Il provvedimento, che secondo il presidente Trump farebbe parte di una politica già abbracciata dagli Stati Uniti con il Jerusalem Embassy Act del 1995, è stato ampiamente condannato dalle Nazioni Unite e dagli alleati. I leader mondiali hanno ritenuto la mossa una battuta d’arresto nei tentativi di mediazione tra Israele e Palestina e hanno espresso preoccupazione per la sicurezza di tutto il Medio Oriente. L’Unione Europea, le Nazioni Unite e l’Unione Africana hanno dichiarato la loro contrarietà alla decisione.

Tra i Paesi africani, solo il Togo ha votato contro la risoluzione dell’ONU del 21 dicembre 2017 che bocciava l’iniziativa di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e trasferirvi l’ambasciata americana. Tuttavia, va notato che lo Stato era assente alla cerimonia di inaugurazione di lunedì 14 maggio. I dodici Paesi dell’Africa che invece vi hanno partecipato sono Angola, Camerun, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia. Di questi, Ruanda, Camerun e Sud Sudan si sono astenuti nel voto di dicembre 2017, mentre gli altri hanno votato contro gli Stati Uniti. La partecipazione di questi Paesi ha suscitato non poche perplessità vista la loro opposizione al provvedimento.

L’apertura dell’ambasciata ha inasprito le proteste dei palestinesi sul confine di Gaza, con un bilancio di almeno 60 morti nelle manifestazioni di lunedì 14 maggio. La questione di Gerusalemme è una delle più insidiose da affrontare nel processo di pace. I palestinesi rivendicano la loro sovranità sulla parte est della città, a maggioranza araba, prevedendo di farne la capitale dello Stato che sperano di stabilire nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza. Israele, invece, considera tutta Gerusalemme, compreso il settore orientale che nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 ha occupato e annesso unilateralmente al suo Stato, come propria “capitale eterna e indivisibile”.

La maggior parte dei Paesi della comunità internazionale afferma che lo status di Gerusalemme, città sacra per ebrei, musulmani e cristiani, dovrebbe essere determinato in un definitivo accordo di pace e sostiene che spostare le loro ambasciate ora pregiudicherebbe un simile accordo.

In seguito agli scontri di questi giorni sul confine di Gaza, il Sudafrica ha deciso di ritirare il suo ambasciatore per protestare contro la repressione dell’esercito israeliano. La mossa del presidente Trump ha anche provocato una serie di proteste anti-americane nel resto del continente africano, con Somalia, Gibuti ed Egitto che hanno duramente condannato l’iniziativa e respinto il riconoscimento di Gerusalemme.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Chiara Gentili

di Redazione

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