L’Indonesia e il terrorismo

Pubblicato il 14 maggio 2018 alle 10:55 in Approfondimenti Indonesia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’Indonesia è il principale Paese a maggioranza islamica al mondo, con una popolazione di 261,1 milioni di persone, il cui 87% è di fede musulmana. Con la progressiva sconfitta militare dell’ISIS nel corso dei mesi passati, secondo molti osservatori, l’Indonesia e, in generale, il sud-est asiatico, potrebbero diventare un nuovo territorio fertile per i terroristi islamisti. Fin dall’autoproclamazione del Califfato islamico, il 19 giugno 2014, l’ISIS ha dedicato parte della propria propaganda ai Paesi dell’Asia per reclutare combattenti dall’Indonesia, dalle Filippine, dalla Thailandia e dalla Malesia. Ne è conseguito che, secondo le stime del Soufan Group, entro il 2015, sono stati almeno 900 i foreign fighters partiti dai Paesi dell’Asia meridionale, soprattutto dall’Indonesia, da dove almeno 700 individui avrebbero raggiunto la Siria e l’Iraq. L’allarme della minaccia terroristica nel Paese asiatico, tuttavia, persiste dall’11 settembre 2001. Da allora, il gruppo jihadista Jemaah Islamiya (JI), legato ad al-Qaeda, e le sue branche sparse in territorio indonesiano, hanno compiuto una serie di attentati sparsi in tutta la regione. Tra quelli più mortali si ricordano:

  • quello del 12 ottobre 2002 a Bali, in cui morirono 204 persone per mano di un kamikaze che fece detonare tre bombe;
  • quello del 5 agosto 2003 a Mega Kuningam, a sud di Jakarta, in cui morirono 12 persone a causa di un’autobomba esplosa di fronte all’hotel Marriot;
  • quello del 9 settembre 2004 a Jakarta, dove un attentatore suicida si fece esplodere di fronte all’ambasciata australiana, uccidendo 10 persone;
  • quello del primo ottobre 2005 a Bali, dove una serie di attentati suicidi causarono la morte di 20 cittadini;
  • infine, quello del 7 luglio 2009, a Jakarta, in cui morirono 7 persone per mano di due attentatori suicidi.

La campagna avviata dalle forze dell’ordine aveva indebolito i gruppi estremisti più pericolosi, ma, con la nascita dell’ISIS, i militanti locali sono stati spinti a riorganizzarsi. Nonostante, al momento, non sia stata appurata la presenza di roccaforti stabili dell’ISIS in Indonesia, si teme che il sud-est asiatico stia divenendo un’area sempre più propizia per i terroristi islamisti per tre motivi. In primo luogo, ad avviso dei un report pubblicato dall’Institute for Policy of Conflict (IPAC), il 21 luglio scorso, l’assedio dei jihadisti affiliati all’ISIS della città filippina di Marawi, nell’isola di Mindanao, durato dal 23 maggio al 23 ottobre 2017, ha facilitato la diffusione dell’estremismo in tutta la regione, attraverso la creazione di una rete di contatti terroristici in Indonesia, in Thailandia e in Malesia. In secondo luogo, la recente sconfitta militare dell’ISIS in Siria e in Iraq ha messo in allerta il mondo interno, in quanto si teme sia il rientro dei foreign fighters nei Paesi di origine, sia che i terroristi riescano a trovare rifugi sicuri in altri Paesi, creando alleanze con i gruppi estremisti locali. In terzo luogo, secondo quanto riferito da un articolo pubblicato su The Diplomat firmato da Arsla Jawaid, data la presenza della militanza islamista in Indonesia, è probabile che i jihadisti dell’ISIS proveranno ad instaurarsi nel Paese asiatico, magari legandosi a qualche organizzazione autoctona.

Il primo attentato rivendicato dall’Isis in Indonesia è avvenuto il 14 gennaio 2016 a Jakarta, dove diverse esplosioni, seguite da uno scontro a fuoco, hanno causato la morte di 8 persone, inclusi 4 attentatori, e il ferimento di altre 17. Ad avviso della polizia locale, l’attentato è stato ispirato alla strage di Parigi del 13 novembre 2017, in cui morirono 130 persone. Tuttavia, gli agenti indonesiani ritengono che il commando dei terroristi di Jakarta fosse meno preparato ed equipaggiato rispetto ai jihadisti che colpirono la capitale francese. La mente dell’attentato, secondo il capo della polizia indonesiano, sarebbe stata Nahrum Naim, un foreign fighter che all’epoca era operativo in Siria. Secondo quanto riferito dal Country Report on Terrorism del governo americano, nel novembre 2016, un altro leader indonesiano affiliato all’ISIS, Mubarak Salim, sarebbe morto a Mosul, in Iraq. Il gruppo Jemaah Ansharut Daulah (JAD), formatosi nel 2015 e affiliatosi allo Stato Islamico, è considerato un’organizzazione terroristica dagli USA dal 10 gennaio 2017, poiché costituisce l’unità di collegamento con i terroristi di al-Baghdadi più pericolosa dell’Indonesia. Oltre all’attacco del 14 gennaio 2016, tale gruppo ha effettuato diverse altre azioni nel corso dell’anno passato, tra cui:

  • il 5 luglio 2016, un attentatore suicida ha attaccato una postazione di polizia a Solo, a Java, ferendo un agente;
  • il 27 agosto dello stesso anno, un 17enne ha accoltellato un prete cattolico, e non è riuscito a detonare un ordigno rudimentale posizionato presso una chiesa a Meda, nel nord di Sumatra. In seguito al suo arresto, la polizia ha reso noto che il ragazzo, simpatizzante dell’ISIS, si era radicalizzato online;
  • e ancora, il 20 ottobre 2016, l’attentatore Sultan Azianzah, affiliato a JAD, ha accoltellato 3 poliziotti a Tangeranf, nella zona occidentale di Java, venendo ucciso dal fuoco delle forze di sicurezza;
  • infine, il 13 novembre 2016, un ex prigionieri terrorista, Johanda, ha gettato 3 molotov all’interno di una chiesa a Sengkotek, ferendo 4 minori, di cui una bambina di 2 anni che è morta all’ospedale per le gravi condizioni.

L’ultimo attenatto terroristico che ha subito l’Indonesia si è verificato lunedì 14 maggio a Surabaya, la seconda città più grande del Paese, dove un’esplosione ha colpito il quartier generale della polizia. Secondo quanto riportato dal quotidiano Channel News Asia, 5 attentatori suicidi a bordo di motociclette si sono scagliati contro il check-point degli agenti, verso le 8:50 del mattino locali. L’unico sopravvissuto è una bambina di 8 anni che è stata immediatamente trasferita in ospedale. L’attentato si è verificato ad un giorno di distanza da un altro episodio terroristico, in cui una famiglia di 6 persone, sospettata di appartenere al gruppo Jemaah Ansharut Daulah (JAD), ha lanciato 3 attacchi che, a breve distanza l’uno dall’altro, hanno causato la morte di almeno 13 individui e il ferimento di altri 40, presso 3 chiese di Surabaya. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dall’ISIS.

Nel 2017, l’Indonesia è stata teatro di un attentato rivendicato dall’ISIS, avvenuto il 24 maggio a Jakarta, presso la stazione degli autobus di Kampung Melayu, nell’est della città, dove due attentatori suicidi hanno causato la morte di 8 persone, e il ferimento di altre 11. Nel corso dell’estate passata, le autorità di Jakarta hanno effettuatouna serie di operazioni antiterrorismo, che hanno condotto a diversi arresti. Tra questi si ricorda, il 7 giugno scorso, quello di 6 indonesiani che avevano aiutato a infiltrarsi nel Paese alcuni militanti uiguri, una minoranza musulmana cinese originaria della regione di Xiniang, nella Cina nord-occidentale. Il 10 luglio 2017, le autorità indonesiane hanno diffuso una nuova legge contro gli estremisti islamici, che permette al governo di bandire i gruppi che si oppongono all’ideologia ufficiale di Stato, la Pancasila, che promuove una visione pluralista e tollerante dell’Islam e delle religioni in generale. Il presidente Joko Widodo ha spiegato che la misura è stata il risultato delle preoccupazioni in merito alla crescita di gruppi estremisti in Indonesia. Dieci giorni più tardi, in base alla nuova legge, le autorità di Jakarta hanno bandito ufficialmente il gruppo Hizb ut-Tahrir, Partito Islamico di liberazione, il quale mirava alla creazione di un Califfato islamico in molti paesi dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo è stato bandito poiché, secondo il Ministero della Giustizia di Jakarta, minacciava l’unità del Paese. Il 16 agosto 2017, la polizia indonesiana ha sventato un attacco terroristico che avrebbe dovuto colpire Jakarta, arrestando 5 sospetti militanti islamisti e sequestrato diversi prodotti chimici utili per costruire bombe.  Due dei cinque arrestati, marito e moglie, erano stati rimpatriati da Hong Kong con l’accusa di aver diffuso ideologie radicali, secondo quanto riportato dalla polizia. La coppia aveva studiato tecniche per la creazione di bombe tramite un sito web gestito da un indonesiano ritenuto essere un guerrigliero dell’ISIS in Siria.

La legislazione antiterrorismo della Malesia, oltre alla legge del 10 luglio 2017, comprende diversi altri strumenti, quali il Combating Crimina Acts of Terrorism, adottato nel 2003, la legge sulla prevenzione e l’eradicazione dell’antiterrorismo finanziario, adottata nel 2013, il codice penale indonesiano e l’Emergency Law del 1951. Tutte le indagini riguardanti il terrorismo vengono condotte dalla polizia e dalle forze speciali. Il presidente ha l’autorità di autorizzare l’intervento di unità antiterrorismo dell’esercito per assistere le autorità locali nelle operazioni. La National Counterterrorism Agency (BNPT) è responsabile della diffusione e del coordinamento delle informazioni a livello governativo. Nonostante l’Indonesia riconosca la minaccia posta dai foreign fighters, non possiede una legge che criminalizzi esplicitamente il supporto alle organizzazioni terroristiche e i viaggi all’estero per unirvisi. Il 15 febbraio 2016, il presidente aveva presentato una modifica per comare tale mancanza, ma nel mese di dicembre dello stesso anno, tale emendamento non era ancora stato adottato. Tra il gennaio e il novembre 2016, tuttavia, sono stati processati per terrorismo complessivamente 104 individui, di cui 23 legati all’ISIS.

In merito al contrasto del finanziamento del terrorismo, l’Indonesia è un membro dell’Asia/Pacific Group on Money Laundering, e della Financial Action Task Force (FATF). L’unità finanziaria di intelligence nazionale, la Indonesian Financial Transaction Reports and Analysis Center (PPATK), è un membro dell’Egmont Grpup of Financial Intelligence Units. La legge anti-finanziamento del terrorismo indonesiana, adottata nel 2013, considera un crimine il riciclaggio di denaro per sostenere attività terroristiche e ha la possibilità di congelare gli asset legati a entità o individui, secondo la Risoluzioni 1373del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

In materia di contrasto all’estremismo violento, il governo di Jakarta non ha ancora sviluppato una strategia nazionale. Gli ufficiali e i leader della società civile promuovono l’Islam moderato e pacifico come alternativa agli insegnamenti estremisti. La principale fonte di radicalizzazione rimangono i gruppi islamisti locali, i quali, da tempo, chiedono la creazione di uno Stato islamico in Indonesia. La National Counterterrorism Agency utilizza forum locali coordinati per diffondere una serie di programmi anti-radicalizzazione all’interno delle comunità, e collabora con rappresentanti degli studenti per creare una narrativa di contrasto al messaggio estremista.

Infine, nell’ambito della cooperazione internazionale e regionale, l’Indonesia ha partecipato a diverse operazioni e a iniziative anti-terrorismo condotte dall’Onu, dal Global Counterterrorism Forum (GCTF) e dall’ASEAN.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.