Turchia: arrestati 184 soldati per legami con Gulen

Pubblicato il 11 maggio 2018 alle 17:12 in Medio Oriente Turchia

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La polizia turca ha arrestato 184 soldati con l’accusa di legami con movimento Fethullah Gulen, che, secondo le autorità turche, sarebbe colpevole di aver ordito il colpo di stato contro Erdogan, il 15 luglio 2016.

Secondo quanto riferito venerdì 11 maggio dall’agenzia di stampa turca Anadolu, la Procura di Istanbul avrebbe emesso mandati di arresto per 300 soldati, di cui 211 sarebbero in servizio.  Secondo le autorità turche, tale misura testimonierebbe l’infiltrazione del movimento all’interno dell’esercito.

Non si tratta della prima volta che la polizia turca arresta militari accusati di avere legami con il Fethullah Gulen. Si tratta di una politica portata avanti in maniera regolare da quando è stato condotto il colpo di stato contro il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

Pochi giorni dopo tale episodio, il 21 luglio 2016, Ankara ha imposto lo stato di emergenza nel Paese. Tale misura è stata estesa per la settima volta consecutiva il 18 aprile, quando il Consiglio dei ministri turco aveva stabilito che lo stato di emergenza sarebbe rimasto in vigore per il periodo di 3 mesi. La motivazione sarebbe stata il persistere della minaccia da parte della rete dei sostenitori del movimento Gulen, ideatore del colpo di stato del 2016.

Grazie allo stato di emergenza, il governo ha potuto imporre un giro di vite nei confronti di coloro che sono sospettati di appartenere al movimento Fethullah Gulen. Tale misura ha altresì permesso alle autorità turche di condurre una serie di arresti nei confronti degli oppositori del governo, tra i quali attivisti, giornalisti e politici, oltre alla chiusura dei canali mediatici e di organizzazioni non governative, con l’accusa di presunti legami con i gruppi terroristici. Secondo un report, pubblicato il 20 marzo dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), a partire dal 15 luglio 2016, la Turchia avrebbe arrestato 160.000 persone e avrebbe licenziato 152.000 dipendenti pubblici. Di queste persone, più di 50.000 sarebbero state accusate formalmente e sarebbero state detenute in prigione durante i processi.

Le potenze occidentali hanno criticato il giro di vite del governo turco. In questo contesto, il 9 maggio, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al-Hussein, aveva chiesto ad Ankara di rimuovere lo stato di emergenza, per consentire l’organizzazione di elezioni democratiche, che si terranno il 24 giugno. Da parte sua, il giorno successivo, il 10 maggio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva dichiarato che lo stato di emergenza non avrebbe costituito un ostacolo allo svolgimento di elezioni democratiche.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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