Libia: concluse le indagini sui siti colpiti dal contrabbando di carburante

Pubblicato il 11 maggio 2018 alle 6:15 in Africa Libia

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Il Comitato per la Crisi del Gas e della Benzina libico ha annunciato la conclusione delle indagini sui siti colpiti dal contrabbando di carburante nella Libia occidentale e del sud. L’analisi ha identificato le aree interessate dai traffici e ha individuato le stazioni di servizio effettivamente funzionanti e quelle “fantasma”, inserite invece in un percorso per il dirottamento del carburante sussidiato.

L’indagine è stata avviata nel quadro delle iniziative contro il contrabbando di carburante lanciata a seguito delle dichiarazioni del presidente della compagnia petrolifera nazionale libica, la National Oil Corporation (NOC), Mustafa Sanalla, in occasione dell’intervento all’Oil Fuel Summit di Ginevra, il 18 aprile. Sanalla aveva esortato l’industria petrolifera globale a prendere una serie di misure per salvare il settore del petrolio libico, danneggiato dalle attività di contrabbando. In particolare, Sanalla aveva specificato che circa il 30/40% del carburante prodotto in Libia finisce nella rete dei traffici illegali, che danneggiano annualmente l’economia locale per un valore pari a 750 milioni di dollari.

Recentemente, la NOC, ha dichiarato che le attività illecite hanno minato il diritto dei cittadini libici ad acquistare carburante a prezzi agevolati. I trafficanti di esseri umani e di petrolio, ormai da anni, stanno traendo vantaggio dalla situazione di instabilità politica ed economica della Libia. Ancora oggi infatti, il Paese nordafricano è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Onu; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. Secondo il Comitato per la Crisi del Gas e della Benzina, i trafficanti rivendono il contenuto di una tanica da 40.000 litri di benzina al prezzo di 100.000 dinar libici, quando il prezzo originale non supera i 5.000 dinar al litro. Queste risorse andrebbero a finanziare le attività di gruppi armati locali. I siti utilizzati per il traffico e i proprietari identificati dal comitato saranno comunicati all’ufficio del Procuratore Generale, in attesa di avviare ulteriori azioni giuridiche.

La Libia possiede le riserve di petrolio più ampie di tutta l’Africa, ed è al quinto posto per le riserve di gas naturale principali del continente africano. Intorno al 1970, il Paese nordafricano produceva più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno e, prima dell’intervento della NATO, durato dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, la Libia produceva più di 1,6 milioni di barili quotidiani.

In seguito al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi, il potere libico si è frammentato e i gruppi armati locali hanno iniziato a sfruttare gli impianti petroliferi. Ne è conseguito che le milizie libiche hanno tagliato la produzione presso porti chiave, bloccando altresì diversi terminal nella regione orientale del Paese tra il 2014 e il 2016, facendo crollare anche la produzione nazionale. Tra il 2015 e il 2016 i militanti dello Stato Islamico, che hanno distrutto i magazzini di petrolio e due dei terminal più grandi, quali Es Sider e Ras Lanuf, hanno contribuito a peggiorare la situazione, così che, attualmente, tali siti devono ancora essere ricostruiti e riavviati. Nel 2017, riporta Reuters, la NOC ha elaborato un piano per alzare la produzione a 2,2 milioni di barili al giorno entro il 2023, un progetto che necessita 18 miliardi di dollari di investimenti.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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