Algeria: la risposta delle autorità alla crescente pressione migratoria

Pubblicato il 11 maggio 2018 alle 7:27 in Algeria Immigrazione

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In Algeria la pressione migratoria si sta facendo di giorno in giorno più forte. Per tutta risposta, le autorità algerine stanno effettuando continue deportazioni di migranti originari dell’Africa sub-sahariana, lasciandoli ai confini con il Mali e il Niger, come riporta un recente comunicato dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM).

Dal 10 aprile all’8 maggio 2018, 1.135 migranti dell’Africa occidentale, tra cui 9 donne e 30 bambini, sono stati assistiti dall’IOM e dalla Un Refugee Agency (UNHCR) a Gao, nel nord del Mali. Tali persone erano state arrestate dalle autorità algerine mentre stavano tentando di raggiungere l’Europa attraverso l’Algeria. La maggior parte di loro è originaria di Guinea, Senegal, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, Gambia, Benin, Guinea Bissau, Mauritania, Liberia e Nigeria. In seguito all’arresto, gli ufficiali di Algeri hanno deportato i migranti in Mali passando per Inkhalid, lungo in confine meridionale dell’Algeria. Tale area, posizionata nel deserto di Kidal e dichiarata insicura a partire dal 2012 per via della crisi scoppiata nel nord del Paese, non dispone delle strutture necessarie ad ospitare le centinaia di migranti che rientrano in Mali e nemmeno dei mezzi di trasporto per trasferire le persone a Gao, la città più vicina sotto il controllo del governo di Bamako. Data tale situazione, l’assistenza da parte delle organizzazioni umanitarie è molto difficoltosa. A Gao, l’IOM e i suoi partner regionali e locali collaborano per assistere i migranti più vulnerabili, fino al loro trasferimento presso il Civil protection Transit Centre di Sokoniko, a Bamako. “Circa 488 persone sono giunte a Gao in un solo giorno ad aprile, ma il centro ne può ospitare soltanto 300”, ha spiegato il capo dell’ufficio dell’IOM di Gao, Oscar Safari. A suo avviso, per migliorare il lavoro in quell’area, l’IOM di Bamako dovrebbe subito mandare ulteriori membri del personale a Gao, per meglio gestire gli arrivi. Tuttavia, spiega l’agenzia dell’Onu, nella capitale le autorità maliane e l’IOM stanno affrontando le stesse difficoltà, in quanto i centri di accoglienza sono tutti pieni e gli ufficiali non riescono ad assistere tutti i migranti.

Il capo della missione dell’IOM in Mali, Bakary Doumbia, ha spiegato che, a partire dal mese di aprile, sono aumentati i flussi migratori al confine tra Algeria e Mali. Date le condizioni precarie dei migranti, l’organizzazione umanitaria fatica a fornire un’assistenza immediata e ad effettuare operazioni di rimpatrio veloci e sicure. Alla data del 9 maggio, 509 persone sono state ricondotte nei propri Paesi di origine dall’IOM grazie al supporto dei servizi consolari presenti nella capitale maliana.

Il Mali è stato scosso da una guerra che è scaturita da un colpo di Stato, avvenuto il 21 marzo di 2012, e dalle offensive portate avanti dal Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, a prevalenza tuareg, e dagli islamisti, a partire dal dicembre di quell’anno. L’obiettivo del movimento era quello di rendere la regione di Azawad, situata nel nord del Paese, indipendente dal governo di Bamako. Nonostante l’intervento francese nel gennaio 2013, volto a ristabilire la sovranità delle autorità maliane sui territori settentrionali, le trattative di pace sono fallite diverse volte così che, ancora oggi, il conflitto viene considerato in corso. La minaccia jihadista in Mali è molto alta, in quanto al suo interno sono attività diversi gruppi terroristici, tra cui al-Qaeda del Maghreb (AQIM). La regione centrale del Paese, in particolare, un tempo pacifica, è ormai divenuta un nuovo obiettivo delle violenze terroristiche e anche terreno fertile per i trafficanti di esseri umani.

L’IOM ha altresì registrato la crescita di flussi migratori al confine tra l’Algeria e il Niger, a partire dallo scorso settembre. Ne è conseguito che, dal primo gennaio 2018 a oggi, 3.000 migranti sono stati soccorsi nel deserto, di cui 1.500 soltanto la scorsa settimana. La maggior parte di loro, in cattivo stato di salute, era stata trasportata dalle autorità algerine al confine con il Niger, venendo abbandonata nel deserto.

Il Niger è sempre stato un Paese di transito per i flussi migratori provenienti dall’Africa occidentale e diretti verso la Libia e l’Algeria. In particolare, l’instabilità politica, sociale ed economica che caratterizza il Paese africano da quasi sessant’anni ha contribuito favorire le attività dei trafficanti di esseri umani. Il 3 agosto 1960, il Paese si è reso indipendente dal dominio coloniale francese e, da allora, la strategia adottata dai governi nazionali si è concentrata sulla modernizzazione dell’economia, puntando, in particolare, sullo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie. Nonostante gli sforzi, il Niger continua ad essere definito uno dei Paesi più poveri del mondo dalle Nazioni Unite. Le sue difficoltà sono aggravate da due fattori. Da una parte, gli scontri tra il governo locale, con a capo il primo ministro Brigi Rafini, e il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram hanno causato una grave crisi umanitaria. La sua violenza ha forzato sempre più persone ad abbandonare il Paese per rifugiarsi nel vicino Ciad, anch’esso tuttavia colpito dalla furia dei terroristi nigeriani. Il 31 luglio, Reuters aveva riportato che, nel giro di una settimana, 7.000 cittadini nigerini erano stati costretti a rifugiarsi in Ciad per sfuggire agli attacchi di Boko Haram. Dall’altra parte, l’instabilità degli Stati vicini, quali Mali, Libia e Nigeria, sta contribuendo a peggiorare la situazione interna del Niger, già precaria di per sé. In particolare, i confini con la Libia costituiscono un territorio vulnerabile alle attività dei trafficanti di esseri umani.

Come spiegato nella Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza della Repubblica 2017, la pressione migratoria che muove dal continente africano, intrisa di un forte attivismo criminale, ha assunto tratti di pronunciata duttilità e resilienza, che hanno permesso ai flussi migratori di attivare o di ripristinare rotte minori e secondarie. Di conseguenza, con la diminuzione delle partenze dalla Libia, dovute all’appoggio europeo e italiano alle autorità di Tripoli e alla maggiore operatività della Guardia Costiera locale, i traffici di esseri umani hanno cominciato a riversarsi in altre tratte alternative a quella libica. Ne sono una dimostrazione i fatti riportati dall’IOM in merito ai migranti deportati in Mali e in Niger dalle autorità algerine, le quali, lo scorso 27 aprile, hanno annunciato di temere una nuova ondata migratoria di rifugiati dall’Africa sub-sahariana. Ad avviso del ministro dell’Interno algerino, Hassen Kacimi, “chiudere i confini da una parte non è una soluzione, poiché dall’altra parte le persone muoiono”.

L’Algeria condivide 2.500 km di confine con il Mali e il Niger e, dal 2015, ha speso 20 milioni di dollari per gestire i flussi di rifugiati che abbandonavano i Paesi di origine nella regione del Sahel. “Nessuno ci ha aiutato, abbiamo gestito la situazione da soli”, ha precisato il ministro, rigettando le accuse mosse da Human Rights Watch e Amnesty International in merito alle deportazioni forzate dei migranti. Il 25 ottobre 2017, Amnesty International aveva denunciato le autorità di Algeri per aver effettuato espulsioni di massa, forzando circa 2.000 cittadini provenienti dall’Africa sub-sahariana a rientrare in Niger e in Mali. Pochi giorni prima dell’appello dell’organizzazione umanitaria, il Ministero della Giustizia aveva dichiarato di non aver chiuso le proprie frontiere ai migranti, ma di essere impegnato nella difesa dei confini, al fine di aumentare la sicurezza dell’Algeria. 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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