Libia: autobomba in un posto di blocco orientale, attacco rivendicato dall’ISIS

Pubblicato il 9 maggio 2018 alle 11:10 in Africa Libia

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Un’autobomba è esplosa presso un posto di blocco a 70 km da Ras Lanuf, uno dei principali porti petroliferi della Libia orientale, nella giornata di martedì 8 maggio, stando a quanto dichiarato da un funzionario di sicurezza libico. L’attacco suicida, in seguito rivendicato da militanti dello Stato Islamico, ha provocato la morte di 2 persone e 4 feriti.

Una seconda autobomba è stata successivamente distrutta da forze militari, mentre veniva condotta lungo una strada nella zona di Umm al-Qandil, ad ovest di Ras Lanuf e del vicino porto di Es Sider, nella parte est del Paese.

Le vittime dell’attacco al checkpoint sono una guardia e un civile. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, l’ISIS ha rilasciato una dichiarazione in cui ha rivendicato l’attentato.

Negli ultimi mesi, i militanti dello Stato Islamico hanno attaccato diversi posti di blocco nelle aree desertiche che circondano la mezzaluna petrolifera, nella parte orientale del Paese. Il 9 marzo scorso, un attentato ad un checkpoint nella città di Ajdabiya, nel nord-est della Libia, aveva causato la morte di 3 soldati appartenenti alle forze del generale Khalifa Haftar, comandante della Libyan National Army (LNA) e uomo forte del governo di Tobruk. Successivamente, il 30 marzo, un’autobomba aveva provocato la morte di 6 persone presso un altro checkpoint, nella stessa area. Infine, nella mattina di mercoledì 2 maggio, un attentatore suicida e altri terroristi avevano attaccato l’Alta Commissione elettorale a Tripoli, uccidendo, secondo alcune stime, almeno 13 persone. Tutti gli attacchi erano stati prontamente rivendicati dall’ISIS.

La presenza sul territorio libico di forze militari appartenenti allo Stato Islamico è stata ripetutamente confermata, nel corso degli ultimi due anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l’ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da “governi deboli”, come la Libia. Successivamente, il 28 settembre 2017, l’ufficio del Procuratore Generale libico, Sadiq Al-Sour, aveva riferito che centinaia di militanti dello Stato Islamico si erano riorganizzati in un “esercito del deserto” vicino a Sirte, dopo la liberazione della città, avvenuta il 5 dicembre 2015. La notizia era poi stata confermata, il 3 dicembre del 2017, dal capo dell’Activation Committe of Security Services di Sirte, Zarouk Asuiti, il quale aveva annunciato che l’ISIS si stava riunendo nel sud della città.

Lo scorso 2 aprile, il portavoce del governo di Tripoli, Mohammed El-Sallak, aveva annunciato il lancio di una nuova operazione militare, la “Nation’s Storm”, finalizzata a combattere l’ISIS. Successivamente, il 7 maggio, il generale Khalifa Haftar aveva dichiarato l’inizio di un’offensiva militare volta a liberare la città di Derna dai terroristi.

Dal 15 febbraio 2011, la Libia si trova in uno stato di caos. Ancora oggi, il potere politico è diviso in due governi rivali: uno, insediato a Tripoli, appoggiato dall’ONU e dall’Italia, e l’altro, insediato a Tobruk e sostenuto da Russia ed Egitto.

Il terrorismo è giunto in Libia il 3 ottobre 2014, quando nella città di Derna un gruppo di miliziani libici ha aderito alla causa del califfato islamico.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Federica Patanè

di Redazione

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