Minniti: il Paese che sa integrare è un Paese più sicuro

Pubblicato il 8 maggio 2018 alle 10:11 in Immigrazione Italia

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I flussi migratori non possono essere spostati, un Paese civile può solo governarli.

È quanto ha affermato il ministro dell’Interno, Marco Minniti, lunedì 7 maggio, in occasione della conferenza “Immigrazione, accoglienza, integrazione”, della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), presso la sede di Roma. Il ministro ha spiegato che l’Italia ha optato per l’accoglienza diffusa, progetto volto a chiudere i grandi centri di accoglienza che rendono difficile l’integrazione degli stranieri, per sostituirli con centri più piccoli. “L’obiettivo è avere piccoli numeri e saperli gestire, tutto questo possiamo farlo perché stiamo governando i flussi migratori”, ha specificato Minniti. Il modello dell’accoglienza diffusa era stato presentato dal ministro il 20 dicembre 2017 a Napoli, un protocollo che, a suo avviso, costituisce “una visione comune che consentirà di affrontare una questione storica dell’Italia, tenendo insieme i principi dell’umanità, dell’integrazione e della sicurezza”.

Il capo del Viminale ritiene che le società moderne si giocheranno parte del loro futuro nella capacità di integrazione, in quanto l’immigrazione è un fenomeno che riguarderà sempre l’Europa. In particolare, Minniti ha sottolineato che tutti gli attentati terroristici che hanno colpito il continente sono stati compiuti da europei, “figli di un’imperfetta o mancata integrazione”. Per tali ragioni, il ministro ha affermato che “il Paese che sa integrare è un Paese più sicuro”. Tale questione era già stata sollevata il 4 dicembre scorso in occasione del seminario CeSPI a Bruxelles, dove Minniti aveva spiegato che l’integrazione era cruciale sia per la gestione del fenomeno migratorio sia per evitare la fusione tra immigrazione e terrorismo. In tale senso, l’accoglienza diffusa aiuterà a distribuire e integrare meglio i migranti in tutto il territorio italiano.

Alla fine dell’intervento, Minniti ha ricordato il lavoro che la UN Refugee Agency sta svolgendo in Libia, dove sta selezionando i migranti che hanno il diritto alla protezione internazionale. Al momento sono state identificate 1.500 persone, di cui l’Italia ne ha accolte 350 grazie al corridoio umanitario stabilito tra Tripoli e Roma. Occorre ricordare che, tra il 22 e il 23 dicembre 2017, le autorità italiane hanno aperto un corridoio umanitario con la Libia, in cooperazione tra i Ministeri dell’Interno e degli Esteri, alla Conferenza episcopale italiana (Cei) tramite la Caritas e l’Alto Commissariato per i rifugiati. In quei giorni sono giunti 162 migranti, mentre il 14 febbraio è arrivato il secondo gruppo di rifugiati e richiedenti asilo, formato da 150 stranieri, di cui 73 uomini, 59 donne e 18 minorenni.

In relazione ai rimpatri volontari, Minniti ha riferito che, negli ultimi mesi, ne sono stati effettuati 25.000. A suo avviso, seppur tra molte difficoltà, le autorità di Tripoli stanno cercando di costruire un modello di gestione dell’immigrazione, che costituirà un importante patrimonio anche per l’Italia. Le operazioni di rimpatrio dalla Libia sono state accelerate il 6 dicembre 2017, in seguito all’indignazione della comunità internazionale circa la condizione dei migranti africani in nel Paese nordafricano, denunciata da un video della CNN il 14 novembre scorso, in cui vengono mostrati rifugiati venduti come schiavi all’asta, vicino a Tripoli.

La Libia costituisce ormai da anni il principale porto di partenza dei flussi migratori che, attraverso il Mediterraneo, tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa. Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato, nell’ottobre 2011, il Paese nordafricano non è mai riuscito a compiere una transizione democratica. Ancora oggi il potere politico è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Italia; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani si approfittano di tale situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

L’Italia, per posizione geografica, costituisce uno dei Paesi di primo approdo per tutti quei migranti che si imbarcano dalla Libia alla volta dell’Europa. In seguito allo sbarco di 181.000 stranieri nel 2016, le autorità di Roma, fin dall’inizio del 2017, hanno attuato una serie di misure volte a gestire in maniera più efficace il fenomeno migratorio. Oltre a una serie di accordi con la Libia per assistere il governo di Tripoli e la Guardia Costiera, l’Italia ha attuato una serie di risposte strutturali che hanno creato l’ossatura di un sistema di accoglienza basato su tre assi normativi. Il primo asse è stato la velocizzazione dei tempi di ospitalità nei centri e sull’effettività dei rimpatri; il secondo è stato l’accordo con l’Associazione Nazionale Comuni italiani (Anci) per la realizzazione della rete per il sistema di protezione per i rifugiati e i richiedenti asilo; il terzo asse è stato il Piano nazionale d’integrazione per i titolati di protezione internazionale. Ne è conseguito che, nel 2017, gli sbarchi in Italia sono stati complessivamente 119.369.

L’appoggio alla Guardia Costiera libica, fornito anche dall’Unione Europea nell’ambito dell’Operazione Sophia, ha comportato che, nei primi tre mesi del 2018, le autorità tripoline hanno compiuto più di 4.100 operazioni di salvataggio in mare nella tratta del Mediterraneo Centrale, tra la Libia e l’Italia, raggiungendo una cifra che è pari al doppio rispetto ai 2.500 soccorsi effettuati dalle navi delle Ong nello stesso periodo.

Tuttavia, più volte la Guardia Costiera di Tripoli è stata accusata di ostacolare le attività delle navi delle Ong attive nel Mediterraneo centrale. L’ultimo episodio si è verificato domenica 6 maggio, quando la marina libica ha impedito alla nave Aquarius, gestita da SOS-Mediterranee e da Medici Senza Frontiere (MSF), di avvicinarsi a un’imbarcazione carica di migranti al largo della Libia. Il quotidiano The New Arab spiega che le autorità italiane avevano preventivamente avvisato la nave Ong della presenza della Guardia Costiera libica, e quest’ultima dell’avvicinamento dell’Aquarius. Poche ore più tardi, la Guardia Costiera libica ha annunciato di aver soccorso 300 migranti in tre operazioni separate in cui è morta una persona mentre 3 sono risultate disperse. Secondo quanto riferito dal portavoce della marina libica, il generale Ayoub Kacem, gli attriti con le Ong potrebbero peggiorare nel corso dei prossimi giorni se queste continueranno ad avvicinarsi alle imbarcazioni di migranti. Dall’altra parte, le Ong accusano gli ufficiali libici di agire come pirati, anche nelle acque internazionali, imponendosi come unica autorità riconosciuta.

Intanto, lunedì 7 maggio, una nave della Guardia Costiera libica ha intercettato altri 500 migranti a bordo di 4 imbarcazioni al largo della costa occidentale della Libia. Gli stranieri sono stati ricondotti nel Paese nordafricano, presso un centro di detenzione sotto il controllo del governo di Tripoli.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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