Il Burundi chiude le trasmissioni di BBC e VOA

Pubblicato il 7 maggio 2018 alle 18:00 in Africa Burundi

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Il governo del Burundi ha annunciato il divieto di trasmissione nel Paese di due canali radiotelevisivi internazionali, BBC e Voice of America (VOA), per un periodo di almeno 6 mesi. Secondo quanto riferisce Africanews, la chiusura delle due reti sarà resa effettiva a partire da lunedì 7 maggio per l’accusa, mossa alle emittenti straniere, di “presunta violazione delle leggi sulla stampa e delle regole dell’etica professionale”.

Il Consiglio della Comunicazione nazionale (CNC), controllato dal governo, ha deciso di sospendere la BBC dopo aver dichiarato che le sue affermazioni in merito alla situazione in Burundi erano “inappropriate, esagerate, non verificate e dannose per la reputazione del presidente”. Il Consiglio ha stabilito anche la chiusura per sei mesi di VOA con la motivazione che il canale stesse usando una frequenza vietata. La CNC ha poi avvertito la stazione francese Radio France Internationale che prenderà provvedimenti simili se l’emittente continuerà a diffondere notizie “false e faziose”. Alcune settimane prima, aveva già sospeso la sezione dei commenti online di Iwacu, il principale giornale indipendente del Burundi.     

Lo Stato africano, al momento, è nel pieno della campagna per il referendum costituzionale che si terrà il 17 maggio. Se vincerà il Sì, il presidente, Pierre Nkurunziza, potrà continuare a governare il Paese ed estendere il suo mandato fino al 2034. La riforma della costituzione prevede l’allungamento del mandato presidenziale da cinque a sette anni e, non avendo valore retroattivo, permette al presidente di ricandidarsi alle prossime elezioni, nel 2020, fino a un massimo di altri due incarichi.

Il presidente Nkurunziza fu eletto il 26 agosto 2005 dopo che un accordo di pace era stato siglato tra i ribelli Hutu e l’esercito Tutsi per mettere fine alla guerra civile iniziata nell’ottobre 1993, dove 300.000 persone erano state uccise. Nel luglio 2015, il leader decise di ricandidarsi per il suo terzo mandato presidenziale, scatenando un’intensa ondata di proteste. Gli oppositori contestarono la decisione sostenendo che fosse contraria alla costituzione, ma, nonostante le violenze e le repressioni governative, Nkurunziza fu eletto nuovamente presidente con il 69,4% dei voti. La partecipazione popolare, tuttavia, risultò inferiore al 30% e molti tentarono di boicottare il voto.

Gli Stati Uniti, le organizzazioni sui diritti umani e la Chiesa cattolica hanno denunciato le violenze che si verificano nel Paese contro gli oppositori del referendum costituzionale del 17 maggio. Decine di attivisti, che manifestano a favore del No, sono stati arrestati già da gennaio 2018. Secondo quanto riporta Human Rights Watch, le forze di sicurezza governative sarebbero accusate di perpetrare intimidazioni, minacce e arresti nei confronti dei manifestanti. L’ONG ha chiarito che prima delle elezioni del luglio 2015, il Burundi godeva di un pieno regime di libertà di stampa. Con le proteste e le repressioni del governo, il clima di tensione ha coinvolto anche il sistema d’informazione. Numerose restrizioni furono poste ai media locali e alcune stazioni furono fisicamente distrutte.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Chiara Gentili

di Redazione

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