L’accordo sul nucleare iraniano e i rischi per l’industria energetica

Pubblicato il 2 maggio 2018 alle 16:10 in Iran Medio Oriente

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La visita del vice-ministro del Petrolio iraniano, Alireza Sadeghabadi, alla più grande raffineria della Repubblica Islamica rappresenta un chiaro messaggio per gli Stati Uniti: se Donald Trump decidesse di reintrodurre le sanzioni, l’Iran non soffrirebbe come in passato di scarsità di petrolio. Questo è quanto affermato dal Financial Times in un articolo del 2 maggio 2018. “Non avremo problemi a reperire petrolio di qualità e nelle quantità necessarie” ha affermato Sadeghabadi “Non abbiamo bisogno di importare nessuna attrezzatura o materiale [essenziale] per i processi di raffinazione e produzione del petrolio”.

La raffineria Persian Gulf Star è la più produttiva del Paese e rappresenta l’esempio dei progressi compiuti dall’industria petrolifera iraniana dal 20 gennaio 2016, data dell’implementazione degli accordi sul nucleare firmato il 14 luglio 2015 dall’Iran e dalle sei potenze mondiali Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Cina. Se Donald Trump perseverasse nella minaccia di “stracciare” l’accordo sul nucleare e reintrodurre le sanzioni, il settore più colpito dell’economia iraniana sarebbe senza dubbio quello dell’industria energetica.

Sebbene i progetti riguardanti la raffineria Persian Gulf Star stiano dando i propri frutti, altre iniziative di modernizzazione rimangono invece in stallo. I lavori per la costruzione della Persian Gulf Star erano stati avviati nel 2006, sotto la presidenza di Ahmadi-Nejad, ma le difficili relazioni con l’Occidente e l’aumento delle sanzioni hanno minato le capacità iraniane di importare i materiali necessari a completare il progetto. Solo l’eliminazione delle sanzioni ha potuto segnare una svolta per i progetti incompiuti sotto la precedente presidenza.

“Quelli che si lamentano della mancanza di risultati relativi all’accordo sul nucleare vengano a visitare questa raffineria” ha affermato il leader Hassan Rouhani all’inaugurazione dello stabilimento, il 30 aprile 2017. Per l’attuale presidente dell’Iran, l’indipendenza petrolifera è una priorità assoluta. Gli accordi sul nucleare hanno aumentato gli investimenti nel settore di 4 miliardi di euro, con un conseguente aumento della produzione di petrolio greggio fino a quasi 4 milioni di barili al giorno, dai 3 milioni del 2014. Martedì 1 maggio, il Ministero del Petrolio ha dichiarato che le esportazioni di olio nero dall’Iran sono più che raddoppiate rispetto al 2014.

La sfida per la Repubblica Islamica è quella di evitare le gravi perdite che potrebbero essere causate da nuove sanzioni. La scadenza decisiva per Trump sull’accordo iraniano è prevista per il 12 maggio. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni relative al presunto programma nucleare segreto dell’Iran sullo sviluppo di armi nucleari documentato da Israele e confermato il 30 aprile scorso dal Segretario di Stato Americano. “La Repubblica Islamica impiegherà tutta la sua esperienza e capacità nell’assicurare che Trump non possa danneggiare l’Iran,” ha affermato il Ministro del Petrolio, Bijan Namdar Zanganeh. Lo stesso ministro ha però affermato in Parlamento che il Paese deve collaborare con altri Stati stranieri, data la necessità di capitale e tecnologia estera. L’obiettivo di Teheran è quello di aumentare la produzione giornaliera di petrolio fino a 4.8 milioni di barili entro il 2021.

Dopo l’accordo, il maggiore investimento nel settore degli idrocarburi iraniano è rappresentato da un contratto da 4.8 miliardi di Total per lo sviluppo del più grande giacimento di gas naturale del mondo, South Pars, situato nelle acque del Golfo Persico. Tuttavia, il progetto potrebbe essere minacciato dalla reintroduzione delle sanzioni, poiché le compagnie rischierebbero sanzioni punitive in caso di investimenti in Iran. “La maggior parte delle società, a parte Total, sono in modalità osservativa e attendono che l’amministrazione Trump permetta la pianificazione di progetti a lungo termine” sostiene David Jalilvand, un analista dell’Oxford Institute for Energy Studies. A suo parere, questo ha portato l’Iran a diversificare i suoi finanziamenti a favore di compagnie russe ed asiatiche. In termini di vendite di petrolio greggio, l’Asia rappresenta di gran lunga il partner più importante per l’Iran. Il 60 per cento delle esportazioni della Repubblica Islamica sono infatti dirette in India e in Cina, uno dei firmatari degli accordi sul nucleare. 

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di Redazione

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