Rohingya: proteste durante la visita della delegazione ONU nei campi profughi

Pubblicato il 30 aprile 2018 alle 6:01 in Bangladesh Myanmar

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Centinaia di rifugiati Rohingya hanno dato inizio a una protesta durante la visita di una delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite presso alcuni campi profughi nel distretto di Cox Bazar, in Bangladesh, chiedendo giustizia per il loro popolo.

Domenica 29 aprile, i rappresentanti dei 15 Stati membri dell’organo delle Nazioni Unite hanno parlato con alcuni membri dei Rohingya che sono sfuggiti a quella che è stata definita dall’Onu stesso “una pulizia etnica”. L’obiettivo della delegazione era farsi un’idea di prima mano della situazione in cui versano i membri di questa minoranza. I rappresentanti dei Rohingya hanno consegnato ai diplomatici in visita un documento contenente alcune richieste, inclusa la presenza di un corpo di sicurezza internazionale nello Stato di Rakhine, il rimpatrio sotto la supervisione delle Nazioni Unite e il ripristino della loro cittadinanza in Myanmar. La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente nel Paese. I suoi membri sono considerati immigrati illegali del Bangladesh e, per questo, sono stati spesso vittime di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar, che ha negato loro anche i servizi base, quali sanità e istruzione. L’ambasciatore russo presso l’Onu, Dmitry Polyansky, ha promesso che i diplomatici non ignoreranno la crisi, ma ha aggiunto che sarà difficile trovare una soluzione.

Lunedì 30 aprile, i funzionari dell’Onu si recheranno in Myanmar, dove incontreranno il Consigliere di Stato, Aung San Suu Kyi, e visiteranno in elicottero lo Stato di Rakhine.

Il 19 aprile, anche il ministro del welfare sociale del Myanmar, Win Myat Aye, dopo aver visitato alcuni campi profughi che ospitano la minoranza Rohingya nei dintorni della città di Cox Bazar, in Bangladesh, aveva espresso una seria preoccupazione e aveva esortato il governo ad avviare il rimpatrio dei rifugiati, prima che arrivi la stagione dei monsoni. La gravità della situazione aveva spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni.

Dall’ottobre 2016, i Rohingya sono oggetto di una violenta campagna militare condotta dall’esercito del Myanmar, in risposta a una serie di attacchi effettuati dai militanti estremisti dell’ARSA, un’organizzazione nata con lo scopo di difendere la minoranza etnica. La situazione è peggiorata dal 24 agosto 2017, in seguito a una nuova serie di attentati a circa 25 stazioni di polizia e contro una base dell’esercito birmano. Circa 700.000 membri dei Rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh, a causa degli scontri con l’esercito del Myanmar. I rifugiati hanno riferito di essere stati testimoni di uccisioni, stupri e incendi dolosi su larga scala. Gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno definito la situazione “una pulizia etnica”. Il governo del Myanmar ha respinto tutte le accuse, affermando di aver solamente lanciato un’operazione legittima contro gli insorgenti e che il giro di vite da parte dell’esercito è stato provocato dagli attacchi dei militanti Rohingya.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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