Singapore: tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti motivo di preoccupazione

Pubblicato il 28 aprile 2018 alle 12:10 in Asia Singapore

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Il primo ministro del Singapore ha affermato che le crescenti tensioni commerciali tra la Cina e gli Stati Uniti costituiscono uno dei principali motivi di preoccupazione per i Paesi del Sud-est asiatico.

Sabato 28 aprile, il premier singaporiano, Lee Hsien Loong, ha colto l’occasione di un commento in apertura del 32esimo vertice tra i dieci Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), per parlare delle sue crescenti preoccupazioni in merito alle tensioni di carattere commerciale che stanno attualmente minando le relazioni bilaterali tra Pechino e Washington. Il problema è tanto più urgente e allarmante in quanto i rapporti commerciali con la Cina, da una parte, e con gli Stati uniti, dall’altra, costituiscono, nella maggior parte dei casi, le principali fonti di guadagno economico dei Paesi che hanno aderito all’ASEAN. Nella seduta di sabato, Lee ha altresì affermato che ad essere in pericolo è l’intero sistema commerciale multilaterale, aperto e regolato da norme specifiche, che ha sostenuto la crescita dei Paesi membri dell’ASEAN. La sopravvivenza di tale sistema è altresì minacciata dalle pressioni politiche esercitate da molti Stati, i quali si stanno orientando in crescente contrapposizione al libero mercato.

I riferimenti a cui ha fatto cenno il primo ministro del Singapore si rifanno alla recente disputa tra Washington e Pechino in merito all’imposizione di dazi doganali. Il 6 aprile, l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre tariffe sulle importazioni cinesi per un valore massimo di 150miliardi; Trump ha spiegato che le nuove misure sarebbero una risposta alla lista pubblicata dalla Cina mercoledì 4 aprile, la quale prevede 50 miliardi di dollari di tasse sui prodotti americani. In seguito all’annuncio comunicato dal presidente americano, Pechino ha promesso che, qualora tali misure vengano messe in pratica a livello effettivo, ci saranno conseguenze dirette, ossia provvedimenti speculari per la merce importata in Cina dagli Stati Uniti.

Un altro punto che figura nel programma del vertice ASEAN riguarda le dispute relative alle acque contese nel mar Cinese meridionale; un terzo argomento all’ordine del giorno è rappresentato poi dalla crisi umanitaria dei Rohingya in Myanmar. Non è ancora chiaro quali saranno le soluzioni che verranno proposte e discusse durante il summit. Lee ha affermato che per i membri dell’Associazione dei Paesi del Sud-Est asiatico, a livello individuale, è molto difficile trovare soluzioni che pongano fine alle problematiche regionali e globali, ed è dunque essenziale un’integrazione e una cooperazione a livello internazionale per implementare misure efficaci. Tra le altre principali minacce che sono state discusse nella sessione del gruppo figurano il terrorismo, la sicurezza informatica e i cambiamenti climatici.

L’ASEAN, ossia l’Associazione dei Paesi del Sud-Est asiatico, è un’organizzazione internazionale intergovernativa fondata l’8 agosto 1967 a Bangkok. Gli scopi principali dell’associazione consistono nel contribuire alla crescita economica degli Stati membri, promuovere la pace e la stabilità regionale, promuovere la collaborazione e la mutua assistenza e migliorare gli standard di vita delle persone. Attualmente gli Stati che compongono l’ASEAN sono 10, ovvero Indonesia, Tailandia, Vietnam, Singapore, Malesia, Filippine, Cambogia, Myanmar, Brunei e Laos.

La situazione in Myanmar, e più specificamente nello Stato di Rakhine, rappresenta una delle più ardue problematiche a cui il gruppo deve far fronte. Nel suddetto Stato, centinaia di migliaia di abitanti, appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya, sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni e cercare riparo nei Paesi confinanti, tra cui in primis il Bangladesh, a causa dei violenti scontri militari che si susseguono nella regione. Si stima che siano circa 655mila Rohingya che sono entrati in Bangladesh dal 25 agosto 2017, ossia dal momento in cui la campagna militare dell’esercito birmano nello Stato di Rakhine ha raggiunto il suo picco massimo, unitamente ai circa 400mila sfollati arrivati in precedenza, dall’inizio delle ostilità nell’ottobre 2016. Secondo le stime di Medici Senza Frontiere, un primo bilancio delle vittime ammonterebbe a 6700 Rohingya tra la fine di agosto e  settembre 2017.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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