Presidente della NOC: 30/40% del carburante libico rubato dai trafficanti

Pubblicato il 20 aprile 2018 alle 10:09 in Africa Libia

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Il presidente della compagnia nazionale libica National Oil Corporation (NOC), Mustafa Sanalla, in occasione dell’intervento all’Oil Fuel Summit di Ginevra, il 18 aprile, ha esortato l’industria petrolifera globale a prendere una serie di misure per salvare il settore del petrolio libico, danneggiato dalle attività di contrabbando. In particolare, Sanalla ha specificato che circa il 30/40% del carburante prodotto in Libia finisce nella rete dei traffici illegali, che danneggiano annualmente l’economia locale per un valore pari a 750 milioni di dollari.

“L’impatto del contrabbando di carburante sta distruggendo la struttura economica del nostro Paese. I trafficanti del petrolio e i ladri sono penetrati non solo all’interno delle milizie armate, che controllano ampie porzioni della Libia, ma anche alcune compagnie di distribuzione, il cui compito è quello di fornire carburante meno costoso ai cittadini. Le alte somme di denaro che derivano da tali attività hanno finito per corrompere parti della società libica”, ha riferito Sanalla. Il presidente della compagnia petrolifera ha spiegato che la Libia produce una certa quantità di carburante presso le proprie raffinerie, ma ne importa la maggior parte. Sia quello prodotto localmente sia quello importato, tuttavia, vengono trasferiti presso magazzini che sono gestiti dalla Brega Petroleum Marketing Company (BPMC), che è al 100% proprietà della NOC. Per quanto riguarda il diesel, questo viene trasferito direttamente ai consumatori industriali attraverso oleodotti e autobotti che, spesso, vengono dirottate dai contrabbandieri presso magazzini illegali. La compagnia di distribuzione libica attinge dal carburante della BPMC in base alla domanda delle stazioni incluse nel loro network. Un sondaggio condotto nel 2017, ha rilevato che molte stazioni di rifornimento, soprattutto quelle che hanno ottenuto la licenza recentemente, non sono operative e il loro carburante viene trasferito presso magazzini illegali o altri siti per il contrabbando, da dove poi viene venduto nei territori libici o presso le acque territoriali, dove raggiunge traffici a livello internazionale.

Ad avviso di Sanalla, dovrebbero essere introdotte nuove politiche anti-contrabbando che includano diverse iniziative. In primo luogo, dovrebbero essere stabiliti sistemi di marcatura del carburante per aiutare le forze di sicurezza a individuare i carichi rubati. In secondo luogo, la comunità internazionale dovrebbe convincersi ad imporre sanzioni nei confronti dei criminali, in modo da restituire ai cittadini libici i ricavi dei traffici illegali. In terzo luogo, il mandato dell’Operazione Sophia, lanciata nel luglio 2015 dall’Unione Europea per contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani lungo il Mediterraneo centrale, dovrebbe includere anche il contrabbando del petrolio. Infine, secondo Sanalla, l’ufficio del procuratore generale libico dovrebbe assicurare i responsabili dei traffici alla giustizia e incoraggiare le autorità libiche a riformare il sistema dei sussidi economici.

Il presidente della NOC ha continuato riferendo che, con i profitti attualmente disponibili, le poche azioni che sono state attuate non sono state sufficienti a scoraggiare il contrabbando del carburante, motivo per cui, a suo avviso, in questo momento è necessario annunciare una nuova strategia per combattere tale fenomeno in Libia. Per questa ragione, Sanalla ha chiesto a tutti i presenti al summit, ai Paesi vicini e ai cittadini libici di fare tutto ciò che possono per aiutare la Libia a sradicare il traffico illegale del petrolio. Nelle conclusioni dell’intervento, il presidente ha ringraziato le principali autorità libiche, come l’ufficio del procuratore generale, la NOC stessa, diversi organi internazionali, come lo US Office of Foreign Assets Control (OFAC) ed il governo italiano per l’assistenza fornita nel contrastare le reti di traffici illegali. Nel corso del 2017, le autorità italiane, sotto la guida del ministro dell’Interno, Marco Minniti, hanno concluso una serie di patti con la Libia, volti a diminuire le ondate di migranti verso l’Italia. La stretta collaborazione tra Tripoli e Roma, a partire dal mese di giugno 2017, ha portato a una diminuzione degli sbarchi di migranti in Italia

La Libia possiede le riserve di petrolio più ampie di tutta l’Africa, ed è al quinto posto per le riserve di gas naturale principali del continente africano. Intorno al 1970, il Paese nordafricano produceva più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno e, prima dell’intervento della NATO, durato dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, la Libia produceva più di 1,6 milioni di barili quotidiani. In seguito al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi, il potere libico si è frammentato e i gruppi armati locali hanno iniziato a sfruttare gli impianti petroliferi. Ne è conseguito che le milizie libiche hanno tagliato la produzione presso porti chiave, bloccando altresì diversi terminal nella regione orientale del Paese tra il 2014 e il 2016, facendo crollare anche la produzione nazionale. Tra il 2015 e il 2016 i militanti dello Stato Islamico, che hanno distrutto i magazzini di petrolio e due dei terminal più grandi, quali Es Sider e Ras Lanuf, hanno contribuito a peggiorare la situazione, così che, attualmente, tali siti devono ancora essere ricostruiti e riavviati. Nel 2017, riporta Reuters, la NOC ha elaborato un piano per alzare la produzione a 2,2 milioni di barili al giorno entro il 2023, un progetto che necessita 18 miliardi di dollari di investimenti.

Ancora oggi, la Libia è divisa in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Onu; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani e di petrolio, ormai da anni, stanno traendo vantaggio da questa situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. La Libia ha sempre costituito una priorità strategica per l’Italia, sia politica sia energetica, soprattutto per via delle relazioni storiche che si sono sviluppati tra i due Stati a partire dall’occupazione coloniale e, più recentemente, per via degli interessi italiani in ambito di sicurezza. L’ENI S.p.a., la multinazionale italiana di petrolio e gas creata nel 1953, con il nome originario di Ente Nazionale Idrocarburi, è presente in Libia dal 1959 e costituisce il principale investitore straniero nel Paese nordafricano.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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