Generale libico: migranti nei centri di detenzione diminuiti di 4/5 dal maggio 2017

Pubblicato il 18 aprile 2018 alle 6:01 in Immigrazione Libia

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Il numero dei migranti presenti nei centri di detenzioni libici è diminuito di 4/5 dal maggio 2017 ad oggi.

È quanto ha rivelato il capo del dipartimento governativo di Tripoli per il contrasto all’immigrazione clandestina, il generale Mohammad Bishr, secondo cui gli stranieri detenuti dalle autorità libiche sono passati da 27.000 nel maggio 2017, a 5.200 nell’aprile 2018. Bishr ha spiegato che, nel corso degli 11 mesi passati, sono stati chiusi 20 dei 53 centri di detenzione per migranti sparsi in tutto il territorio nazionale. Secondo lui, ciò è avvenuto grazie alla velocizzazione dei rimpatri effettuati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), dalla UN Refugee Agency e da molti Paesi africani.

Le operazioni di rimpatrio dalla Libia sono state accelerate il 6 dicembre 2017, in seguito all’indignazione della comunità internazionale circa la condizione dei migranti africani in Libia, denunciata da un video della CNN, pubblicato il 14 novembre scorso, in cui vengono mostrati rifugiati venduti come schiavi all’asta, vicino a Tripoli. Precedentemente a tali date, le autorità di nigerine, sostenute dall’Onu, avevano effettuato la prima operazione di evacuazione dalla Libia l’11 novembre 2017, trasferendo in territorio nigerino un gruppo di migranti formato da 15 donne, 6 uomini e 4 bambini di origini eritree, etiopi e sudanesi. 

Il 14 marzo, l’IOM ha reso noto di aver aiutato complessivamente 10.171 migranti a rientrare volontariamente nei Paesi di origine dalla Libia, dallo scorso 28 novembre, con il supporto dell’Unione Europea, dell’Unione Africana e del governo di Tripoli. Nello stesso periodo, ulteriori 5.200 rifugiati sono stati rimpatriati grazie al supporto dei Paesi membri dell’Unione Africana. Nonostante i dati positivi dell’IOM, l’Onu sostiene che il piano di emergenza attuato per far evacuare i rifugiati dalle prigioni libiche sia in fase di stallo perché i Paesi europei stanno impiegando troppo tempo per i processi di ricollocamento. La UN Refugee Agency, dal novembre 2017 alla metà di marzo 2018, ha evacuato dal Paese nordafricano quasi 2.000 migranti che si trovavano dei centri di detenzione, portandoli in Niger, per poi essere trasferiti nei Paesi europei attraverso le procedure di ricollocamento. Tuttavia, nel corso delle ultime due settimane di marzo, i voli tra la Libia e Niamey sono stati interrotti, in quanto soltanto 25 rifugiati sono stati accolti in Francia, mentre i restanti stanno ancora aspettando nella capitale nigerina di essere accettati da altri Stati dell’Unione Europea.

Il generale Bishr ha riferito che sono ancora numerosi i migranti che si trovano in Libia in attesa di essere rimpatriati o di essere mandati in Paesi terzi, in quanto considerati rifugiati dall’Onu.

La situazione in Libia è degenerata in seguito al rovesciamento del regime del dittatore Muammar Gheddafi, nell’ottobre 2011. Da allora, il Paese nordafricano non è mai riuscito a compiere una transizione democratica e, ancora oggi, è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Onu; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani, ormai da anni, stanno traendo vantaggio da questa situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

L’11 aprile, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato un report in cui ha denunciato che i gruppi armati in Libia stanno uccidendo e torturando migliaia di civili e migranti detenuti illegalmente nelle prigioni, alcune delle quali sono sotto il controllo del governo di Tripoli, alleato dell’Italia nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo Centrale. Il documento accusa il governo di Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj, di permettere ai gruppi armati di arrestare gli oppositori, i migranti, gli attivisti, i giornalisti ed i politici, pagando i combattenti e fornendo persino le uniformi e l’equipaggiamento militare. Di conseguenza, spiega il documento, il potere di tali gruppi è cresciuto senza alcun controllo, tanto che adesso agiscono autonomamente senza alcun monitoraggio da parte della autorità tripoline. Uomini, donne e bambini sono così soggetti a detenzioni e torture arbitrarie, venendo falsamente accusati sulla base di presunte affiliazioni politiche o legami tribali. L’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito tutto ciò un “puro orrore”, esortando il governo libico a rilasciare gli arrestati illegali e di perseguire coloro che hanno inflitto torture e sono coinvolti in gravi attività criminali. Nel report, pubblicato in collaborazione con la UN Support Mission in Libya (UNSMIL) sono documentati tutti i casi di tortura e di violazioni dei diritti umani effettuati dal 17 dicembre 2015, data dell’inaugurazione del Governo di Accordo Nazionale di Serraj, al primo gennaio 2018.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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