Egitto: 8 soldati e 14 jihadisti uccisi nel Sinai

Pubblicato il 14 aprile 2018 alle 14:17 in Africa Egitto

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8 soldati egiziani e 14 militanti islamici sono rimasti uccisi in una battaglia nel Sinai centrale, quando alcuni uomini armati di pistole, cinture esplosive e granate hanno colpito un checkpoint militare.

Nella giornata di sabato 14 aprile, l’esercito egiziano, tramite una dichiarazione pubblica, ha reso noto che suddetti militanti hanno attaccato il checkpoint di sicurezza intorno all’alba. 4 estremisti coinvolti nell’aggressione hanno innescato le loro cinture esplosive, causando la morte di 8 soldati egiziani che erano nelle vicinanze e il ferimento di altri 15 soldati. L’attentato è sopraggiunto a poche ore dal terzo rinnovo governativo dello stato d’emergenza nel Paese, il quale era stato proclamato per la prima volta il 10 aprile 2017.

L’esercito egiziano ha avviato quella che ha definito come un’“operazione su larga scala” contro gli estremisti islamici nel mese di febbraio 2018, poco prima della recente riconferma del presidente, Abdel Fattah al-Sisi, rieletto nelle elezioni terminate lunedì 2 aprile con il 97% dei voti, assicurandosi il mandato per altri quattro anni. Giovedì 8 marzo, il portavoce delle Armed Forces egiziane, Tamer El-Refaie, aveva affermato che l’esercito egiziano impegnato nell’Operazione Sinai 2018 stava adempiendo ai suoi doveri di buona lena, e aveva aggiunto che, dal lancio dell’operazione antiterroristica ad allora, sono stati uccisi 105 jihadisti. El-Refaie in suddetta occasione aveva inoltre affermato che l’operazione Sinai 2018 – iniziata il 9 febbraio scorso e operante via terra, via mare e via cielo, con l’ausilio di guardie di frontiera e delle forze di polizia nazionali – non prevede alcun limite temporale, e si concluderà solo quando gli obiettivi saranno raggiunti. L’operazione Sinai 2018, stando alle parole divulgate dalle Armed Forces egiziane, è stata avviata al fine di “implementare il piano di confronto a terroristi, elementi e organizzazioni criminali nel Sinai del Nord e Centrale, in altre aree del Delta del Nilo così come nelle zone desertiche a ovest della Valle del Nilo”.

L’attacco di sabato 14 aprile è il maggiore attentato organizzato dagli estremisti contro le forze di sicurezza egiziane dalla rielezione del presidente al-Sisi e dall’inizio del suo secondo mandato. Nel mese di marzo, il neo-rieletto leader egiziano aveva promesso al suo popolo di concentrare i suoi sforzi sulla messa in sicurezza del Paese e sulla stabilità dell’Egitto.

Per far fronte alla minaccia terroristica e ristabilire la sicurezza nel proprio territorio nazionale, il 29 novembre 2017, il presidente al-Sisi aveva ordinato al proprio esercito di utilizzare tutta la forza necessaria per rendere sicura la penisola del Sinai entro i successivi 3 mesi. In tale contesto, il presidente avrebbe altresì valutato la possibilità di armare le tribù beduine che vivono nella penisola del Sinai e che desiderano avere un ruolo attivo nella lotta al terrorismo. Tale decisione presidenziale aveva fatto seguito a un attacco terroristico a una moschea della regione il quale, venerdì 24 novembre 2017, aveva provocato la morte di 305 persone e il ferimento di altre 109, diventando di fatto l’aggressione più letale nel Paese più densamente popolato del mondo arabo.

 L’Egitto è alle prese con la lotta contro le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai dal 3 luglio 2013, quando con un golpe al-Sisi ha rovesciato il suo predecessore, Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, in seguito alle numerose proteste popolari contrarie al governo di Morsi. Dopo essere stato democraticamente eletto nel giugno 2012, Morsi è stato rovesciato e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani con vari capi d’imputazione. Successivamente Morsi è stato condannato a due ergastoli per spionaggio, e alla pena capitale per cospirazione, provocando la dura condanna di Erdogan, che di Morsi era un alleato. Il 15 novembre scorso, la magistratura egiziana ha annullato la condanna alla pena capitale, chiedendo la ripetizione del processo. Gli altri processi che vedono coinvolto Mohamed Morsi riguardano reati commessi durante la sua presidenza. Finora, Morsi è stato condannato a venti anni di carcere, con l’accusa di detenzione e tortura contro manifestanti, ed è sotto processo per frode e oltraggio alla giustizia.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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