Onu: torture e abusi nelle prigioni gestite dai gruppi armati alleati del governo di Tripoli

Pubblicato il 11 aprile 2018 alle 11:43 in Immigrazione Libia

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I gruppi armati in Libia stanno uccidendo e torturando migliaia di civili detenuti illegalmente nelle prigioni, alcune delle quali sono sotto il controllo del governo di Tripoli, alleato dell’Italia nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo Centrale.

La denuncia arriva dal report dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, intitolato “Abuse Behind Bars: Arbitrary and unlawful detention in Libya”, il quale accusa il governo del premier Fayez Serraj, sostenuto dall’Onu e dall’Italia, di permettere ai gruppi armati di arrestare gli oppositori, gli attivisti, i giornalisti ed i politici, pagando i combattenti e fornendo persino le uniformi e l’equipaggiamento militare. Di conseguenza, spiega il documento, il potere di tali gruppi è cresciuto senza alcun controllo, tanto che adesso agiscono autonomamente senza alcun monitoraggio da parte della autorità tripoline. Uomini, donne e bambini sono così soggetti a detenzioni e torture arbitrarie, venendo falsamente accusati sulla base di presunte affiliazioni politiche o legami tribali. L’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito tutto ciò un “puro orrore”, esortando il governo libico a rilasciare gli arrestati illegali e di perseguire coloro che hanno inflitto torture e sono coinvolti in gravi attività criminali.

Il report, pubblicato in collaborazione con la UN Support Mission in Libya (UNSMIL) documenta tutti i casi di tortura e di violazioni dei diritti umani effettuati dal 17 dicembre 2015 al primo gennaio 2018, che coincide con l’inaugurazione del Governo di Accordo Nazionale di Serraj.

Dall’ottobre 2011, mese in cui venne rovesciato il regime del dittatore Muammar Gheddafi dall’intervento della NATO, guidato fagli USA e dalla Francia, la Libia non ha mai effettuato una transizione democratica, andando sull’orlo di una nuova guerra civile nel 2014. L’autorità politica si è così divisa in due governi rivali, uno stanziato nell’est del Paese, a Tobruk, e l’altro nell’ovest, a Tripoli. Nel dicembre 2015, nella città marocchina di Skhirat, si è svolto un incontro segreto per cercare di trovare una soluzione comune che ponesse fine alla crisi del Paese, ed è stato creato il Governo di Accordo Nazionale (GNA), capeggiato da Serraj. Questo nuovo governo avrebbe dovuto unificare il panorama politico libico, aiutando anche a affrontare l’imminente pericolo dell’ISIS. Tuttavia, entrambi i vecchi governi si sono rifiutati di riconoscere l’autorità del GNA, il quale è riuscito ad insediarsi a Tripoli nel marzo 2016. Ancora oggi, Serraj, nonostante il supporto dell’Onu, sta lottando per imporre la propria autorità in tutto il Paese. 

I trafficanti di esseri umani, ormai da anni, si approfittano di tale situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. Il 14 novembre 2017, la CNN ha pubblicato un video in cui viene mostrato un gruppo di migranti africani che, a poca distanza da Tripoli, sono venduti all’asta come schiavi, pratica già denunciata da Othman Belbeisi, capo della missione dell’IOM in Libia, l’11 aprile 2017. In seguito a ciò, il 29 e 30 novembre, in occasione del summit dell’Unione Europea e dell’Unione Africana a Abidjan, in Costa d’Avorio, la Libia ha raggiunto un accordo con i leader europei e africani per effettuare rimpatri di emergenza dei rifugiati e dei migranti che hanno subito violenze e abusi all’interno dei centri di detenzione libici. Dal 28 novembre 2017 al 14 marzo 2018, l’IOM ha aiutato complessivamente 10.171 migranti a rientrare volontariamente nei Paesi di origine dalla Libia, a cui vanno aggiunti i circa 1.300 reinsediamenti  effettuati dalla UN Refugee Agency (UNHCR). Il caos generale si è riversato anche sui cittadini, i quali, come evidenziato dalle Nazioni Unite, sono vittima di torture e di detenzioni arbitrarie. I gruppi armati ricorrono a diversi metodi, tra cui l’elettroshock, la fustigazione e sbarre di metallo con cui picchiano a sangue le persone.

Le prigioni ufficiali controllate dal Ministero della Giustizia di Tripoli ospitano circa 6.500 detenuti, mentre diverse altre migliaia si trovano presso strutture, anch’esse in teoria sotto il controllo governativo, che però sono gestite dai gruppi armati. Ad esempio, il centro della base aerea di Mitiga, probabilmente il più grande del Paese dal momento che ospita 2,600 detenuti, è gestito dal gruppo Special Deterrence Forces (SDF), alleate del governo di Serraj. Nel 2017, sono stati rinvenuti almeno 37 corpi che mostravano evidenti segni di tortura presso gli ospedali della capitale, rende noto il documento delle Nazioni Unite. Nell’est del Paese, almeno 1.800 persone sono imprigionate presso Kuweifiya, dove l’Onu ha documentato altrettanti casi di torture e abusi. Tale prigione è sotto il controllo della Libyan National Army, guidata dal generale e uomo forte del governo di Tobruk, il generale Khalifa Haftar.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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