L’Iran minaccia gli USA in merito all’accordo sul nucleare

Pubblicato il 11 aprile 2018 alle 6:33 in Iran USA e Canada

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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha dichiarato che gli Stati Uniti si pentiranno, se decideranno di ritirarsi dall’accordo sul nucleare e ha annunciato che, in quel caso, l’Iran risponderà “in meno di una settimana”.

Durante una conferenza, che si è tenuta a Teheran lunedì 9 aprile in occasione del National Nuclear Technology Day, il presidente iraniano ha dichiarato: “Non saremo i primi a violare l’accordo, ma dovrebbero sapere che se ne pentiranno, se lo violeranno” e ha aggiunto: “Siamo più preparati di quello che pensano e vedranno che, se violeranno l’accordo, vedranno il risultato entro una settimana, meno di una settimana”.

Le dichiarazioni di Rouhani si riferiscono al fatto che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva fissato il 12 maggio come termine ultimo entro il quale i Paesi europei, che avevano aderito all’accordo sul nucleare, avrebbero potuto modificare le condizioni del patto. Se non vi fossero riusciti entro tale data, gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo. Per tutta risposta, Rouhani aveva respinto la minaccia, affermando: “Sono passati 15 mesi da quando questo gentiluomo, che ha assunto il potere in America, ha iniziato a rilasciare dichiarazioni e ci sono stati numerosi alti e bassi nei suoi commenti e nel suo comportamento, ma le basi del JCPOA sono talmente forti che, durante questi 15 mesi di pressione, la struttura è rimasta solida”.

Il 14 luglio 2015, Teheran aveva firmato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina, più la Germania. Si tratta di un patto che prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Il 13 ottobre 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva annunciato la de-certificazione dell’accordo nucleare, dopo aver accusato l’Iran di non aver rispettato lo “spirito” del patto. Il 12 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva deciso di estendere la sospensione delle sanzioni contro l’Iran “per l’ultima volta”.

Da parte loro, gli altri Paesi che hanno aderito al patto, hanno affermato che l’Iran ha tenuto fede agli impegni presi. Il 21 marzo, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, si era dichiarata contraria a cambiare i termini dell’accordo sul nucleare iraniano, nonostante la posizione del presidente americano, e aveva affermato che, se il patto fosse stato annullato, ciò avrebbe creato ulteriori minacce e preoccupazioni nella regione. Francia, Gran Bretagna e Germania, invece, hanno proposto nuove sanzioni contro gli iraniani che supportano il regime siriano di Bashar al-Assad e il programma missilistico di Teheran. 

Durante la conferenza del 9 aprile, Rouhani ha altresì dichiarato: “Anche se un giorno gli Stati Uniti riuscissero a danneggiare il JCPOA, noi saremo i vincitori per l’opinione pubblica internazionale, perché saremo la nazione che ha tenuto fede agli impegni presi” e ha aggiunto: “Se si ritireranno, significherà che non rispettano la parola data”.

In tale occasione, il presidente iraniano ha sottolineato che i poteri militari e diplomatici del Paese non mirano a intimidire gli Stati della regione. In questo senso, Rouhani ha dichiarato: “Il nostro sentiero è chiaro. Non vogliamo minacciare nessuno. I nostri poteri, anche quello militare non mira ad aggredire alcun Paese. Le nostre relazioni con i nostri vicini saranno amichevoli”. Tali dichiarazioni giungerebbero in risposta alle affermazioni rilasciate dall’Arabia Saudita, la quale ha accusato Teheran di voler prendere il controllo del Medio Oriente.

I rapporti tra Riad e Teheran sono molto tesi. L’Arabia Saudita aveva tagliato le relazioni diplomatiche con l’Iran il 3 gennaio 2016, accusandolo di non aver protetto la propria ambasciata nel Paese. L’ambasciata saudita a Teheran era stata presa d’assalto dopo che, il 2 gennaio 2016, l’Arabia Saudita aveva giustiziato 47 persone considerate terroristi, tra cui un importante leader religioso sciita, Nimr Al-Nimr. Successivamente, i rapporti tra i due Paesi si erano ulteriormente deteriorati dopo che, il 7 giugno 2017, alcuni kamikaze si erano fatti esplodere nella capitale iraniana colpendo due luoghi simbolici del Paese: il Parlamento, sede del potere politico, e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, causando la morte di 12 persone. In tale occasione, il corpo delle guardie della rivoluzione islamica aveva accusato l’Arabia Saudita del duplice attentato, per i suoi legami con il terrorismo internazionale, respingendo la rivendicazione da parte del sedicente Stato islamico, giudicata poco credibile e prodotta al fine di confondere l’opinione pubblica.

Oltre a ciò, l’Iran e l’Arabia Saudita sostengono parti avverse in numerose questioni regionali. In merito alla crisi del Golfo, iniziata il 5 giugno 2017, quando l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto avevano imposto un embargo al Qatar, il 15 giugno, il consigliere del corpo delle guardie della rivoluzione islamica, Yadollah Javani, che mantiene ottimi rapporti con Doha, aveva accusato l’Arabia Saudita di aver provocato la crisi per ottenere il controllo dell’area. In Yemen, Riad e Teheran sostengono parti avverse nel conflitto civile. L’Iran supporta gli Houthi e l’Arabia Saudita, a capo della coalizione araba, sostiene le forze fedeli al presidente Rabbo Mansour Hadi, deposto con un colpo di stato dai ribelli il 22 gennaio 2015, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale. Sia la coalizione a guida saudita sia l’Iran mirano a stabilire il proprio controllo nel Paese e temono che la fazione avversa stabilisca la propria presenza nel territorio, ampliando così l’influenza sciita o sunnita nella regione. Anche in Siria, l’Arabia Saudita è preoccupata che l’Iran, il quale sostiene le forze del presidente Bashar Al-Assad, accresca l’influenza sciita nel territorio. 

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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