Onu: Myanmar non pronto al ritorno dei rifugiati Rohingya

Pubblicato il 8 aprile 2018 alle 14:50 in Uncategorized

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Il Myanmar non è pronto al rimpatrio dei rifugiati Rohingya, ha affermato Ursula Mueller, figura di spicco in seno alle Nazioni Unite, dopo aver fatto visita al Paese.

Dopo essersi recata in visita nel Myanmar per sei giorni, Ursula Mueller, assistente segretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), ha riferito all’agenzia di stampa Reuters, in occasione di un’intervista nella grande città birmana di Yangon: “da quanto ho visto e udito dalla popolazione – mancato accesso ai servizi sanitari, problematiche relative alla sicurezza, continui trasferimenti – le condizioni attuali non fanno pensare alla possibilità di un ritorno imminente. Ho chiesto agli ufficiali del Myanmar di porre fine alla violenza, e ho detto loro che il ritorno dei rifugiati dai campi bengalesi di Cox’s Bazar deve essere svolto in modo volontario e rispettoso dei diritti umani individuali, quando le soluzioni saranno stabili”. Quando un giornalista le ha chiesto se lei credesse o meno alle rassicurazioni delle autorità del Paese in merito al ritorno dei Rohingya in patria dopo un periodo nei campi di detenzione e sfollamento, Mueller ha risposto: “Sono molto preoccupata riguardo la situazione. Ho visto con i miei occhi aree dove i villaggi sono stati bruciati e rasi al suolo… Non ho né visto né sentito dire da qualcuno che siano in corso preparativi per permettere alle persone di tornare nelle loro case e villaggi”. Mueller ha altresì aggiunto di aver parlato alle autorità del Myanmar della problematica inerente al limitato accesso, da parte dei cittadini bisognosi, agli aiuti umanitari; la donna ha spiegato di aver fatto pressioni ai funzionari locali affinché garantiscano tale accesso alle risorse. Mueller, per entrare nel Paese, ha ricevuto un permesso speciale, tramite il quale ha potuto visitare lo Stato Rakhine, il più colpito da tali fenomeni migratori, e ha potuto altresì incontrare i ministri della Difesa e degli Affari transfrontalieri, il cui potere è posto al momento sotto il controllo dell’esercito nazionale, così come la leader de facto del Myanmar, Aung San Suu Kyi, e altre autorità civili.

Parte del problema è costituita dal fatto che, in base a quanto ha riferito la Human Rights Watch, con base a New York, il Myanmar ha raso al suolo almeno 55 villaggi che erano stati abbandonati dai loro cittadini durante gli scontri e le violenze locali. Le autorità birmane hanno commentato la vicenda affermando che si è trattato di un’azione finalizzata a “fare spazio” e permettere così il ritorno dei rifugiati. Il governo del Paese ha promesso di fare tutto il possibile per assicurare il rimpatrio dei cittadini sfollati, nel quadro di un accordo cofirmato con il Bangladesh il 23 novembre. Tale rimpatrio sarà, a detta detta delle autorità locali, “giusto, rispettoso dei diritti e sicuro”. Lo Stato, finora, ha eseguito controlli su svariate centinaia di Rohingya musulmani, vagliando il loro eventuale rimpatrio. Tale gruppo di rifugiati sotto esame sarebbe il primo a poter rientrare nel Paese, “quando sarà opportuno per loro”, secondo quanto ha affermato un ufficiale birmano nello scorso mese di marzo.

Le autorità bengalesi avevano precedentemente espresso alcuni dubbi circa la volontà effettiva del Myanmar di far tornare in patria i rifugiati sfollati. Nel mese di gennaio, il Myanmar e il Bangladesh si erano accordati per completare un rimpatrio volontario dei rifugiati entro due anni. Il Myanmar ha dunque organizzato due centri di raccolta e smistamento, insieme a un campo costruito al limitare dei confini di Rakhine e volto a prendere in consegna i primi Rohingya che arriveranno. Sempre nel mese di gennaio, Kyaw Tin, il ministro birmano per la Cooperazione Internazionale, aveva riferito a Reuters che il Paese era pronto a ricevere, al confine, i primi rifugiati, se il Bangladesh li avesse rimandati indietro.

Il massiccio esodo di Rohingya musulmani è iniziato a partire dal 25 agosto 2017, giorno in cui l’esercito ha preso il sopravvento sullo Stato nordoccidentale Rakhine. Gli appartenenti a tale etnia hanno più volte raccontato episodi di omicidio, stupro, saccheggio e incendio portati avanti dalle forze militari e di sicurezza locali, dopo il loro insediamento al potere nella regione. Il Myanmar, da parte sua, ha risposto a tali critiche dicendo che le forze governative sono dispiegate e operative in una legittima campagna militare contro i “terroristi” musulmani. Sono molti i membri della maggioranza buddista del Paese che considerano i Rohingya musulmani come dei veri e propri immigrati illegali provenienti dal vicino Bangladesh. Le Nazioni Unite hanno apertamente descritto l’operato delle forze militari nel Paese come una pulizia etnica, cosa che il Myanmar ha sempre respinto.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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