Le ragioni della radicalizzazione: la testimonianza di un ex jihadista

Pubblicato il 3 aprile 2018 alle 6:03 in Europa UK

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“Venticinque anni fa gli obiettivi dei foreign fighters e il significato profondo del jihad erano molto diversi rispetto a oggi. Non colpivamo mai i civili e non uccidevamo le persone innocenti come fanno questi nuovi gruppi jihadisti e gli attentatori suicidi. Non c’è nessuna giustificazione morale o religiosa per questo”. Si tratta della testimonianza di Shahid Butt, un cittadino britannico che, negli anni 90, aveva combattuto in Kosovo, Afghanistan e Yemen come jihadista e che nel 1998 era stato condannato con l’accusa di terrorismo. Adesso, l’uomo sta lavorando all’interno della comunità musulmana in Gran Bretagna per combattere il rischio di radicalizzazione ed evitare che le persone diventino vittime del “messaggio perverso dell’ISIS”, oltre a collaborare con le autorità inglesi per far comprendere le sfide poste dal terrorismo in tutto il territorio nazionale.

In un’intervista rilasciata al quotidiano The New Arab, Butt dichiara: “Ci sono numerose ragioni per le quali le persone vengono attratte dalla propaganda dell’ISIS e rimangono affascinate dalla prospettiva di diventare un foreign fighter. La disoccupazione, la disperazione e lo sradicamento fanno tutti parte della questione. Nonostante ciò, ritengo che il fattore principale sia la mancanza di un’identità all’interno delle comunità in Gran Bretagna. Questi uomini e queste donne si sentono, come è successo a me, di non appartenere a nessuna cultura e la propaganda jihadista riempie questo vuoto, dal momento che risponde alle loro esigenze. Un altro fattore importante è, certamente, la mancanza di una conoscenza di base della religione”.

Dopo la sconfitta militare dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, i Paesi occidentali, tra i quali la Gran Bretagna, temono l’aumento del rischio di essere colpiti, a causa dei jihadisti cresciuti in casa e del ritorno dei foreign fighters. La crescente minaccia terroristica è stata dimostrata nel regno Unito dagli attacchi che hanno colpito Londra e Manchester. La sera del 22 maggio, alla fine del concerto della pop-star americana Ariana Grande, il 22enne di origini libiche, Salman Abedi, si era fatto esplodere all’uscita della Manchester Arena, causando la morte di 22 persone, tra cui 12 bambini, e ferendone altre 64. Il 3 giugno, poco prima delle 10:10 di sera locali, un van si era scagliato contro i pedoni lungo il London Bridge per poi dirigersi verso il Borough Market, dove tre uomini erano scesi dal veicolo e avevano attaccato i passanti armati di coltelli. Complessivamente, sono morte 7 persone, mentre altre 48 sono rimaste ferite. Più recentemente, il 15 settembre, a Londra, un’esplosione, che si era verificata nella metro, all’altezza della fermata Parsons Green, nell’est della capitale inglese, aveva causato ferite 30 persone.

Secondo i dati riportati dalla BBC, circa 850 cittadini britannici, sia uomini sia donne, avevano lasciato il Paese per combattere a fianco dei militanti dello Stato Islamico in Siria e in Iraq. Un articolo del quotidiano britannico Independent del 24 ottobre 2017, aveva riferito che, nonostante molti cittadini avessero perso la vita nei territori del califfato, almeno 400 foreign fighters sarebbero tornati in Gran Bretagna. Nel Regno Unito, il principale focolaio dei jihadisti sarebbe Birmingham, una città in cui vivono circa 234.000 musulmani, nella quale sono stati registrati il più alto tasso di disoccupazione a livello nazionale e in cui il 40% della popolazione è sotto i 25 anni di età. In questo contesto, Butt ha dichiarato: “A Birmingham abbiamo uno dei più alti tassi di arrestati per terrorismo. Nonostante ciò, quello che le statistiche non mostrano è che le persone che sono state condannate con tale accusa sono poche rispetto al numero dei sospettati. Ciò significa che vi è una iper attenzione nei confronti delle statistiche, mentre non viene mostrato l’impatto reale che la questione ha sulla comunità” e ha aggiunto: “Anche se l’ISIS sta perdendo terreno perché le persone all’interno della comunità musulmana stanno capendo chi sono davvero, il punto fondamentale è combattere le radici della questione. Dobbiamo cambiare la percezione che le persone hanno della comunità musulmana, anche se posso testimoniare che non è così cattiva come la dipinge la stampa”.

Secondo quanto affermato dall’ex jihadista, “un altro aspetto importante del problema è il modo in cui il governo gestisce il ritorno delle persone dalle zone di conflitto. Al momento, vengono trattate tutte allo stesso modo e la legge in vigore non fa alcuna distinzione in base alla natura del loro coinvolgimento e al ruolo che hanno avuto in Siria e in Iraq. Quando un combattente e un operatore umanitario vengono dipinti allo stesso modo, viene alimentata la propaganda degli estremisti. Ciò crea risentimento, che è una delle ragioni principali per cui le persone si radicalizzano”. In questo contesto, Butt ha dichiarato: “Al posto di incolpare l’Islam, dovremmo rafforzare l’influenza delle moschee e degli imam, perché se si vuole costruire la resilienza e il pensiero critico tra le comunità musulmane, loro devono conoscere la natura dell’Islam” e ha aggiunto: “Il nostro compito all’interno della comunità musulmana è quello di istruire e di insegnare cos’è il buon Islam, ma non possiamo sostituire la polizia, anche se la supportiamo in ogni modo”.

La collaborazione tra gli imam e la polizia è risultata essere un modo efficace per combattere la minaccia dell’estremismo. In merito alla questione, un funzionario dell’anti-terrorismo di West Midlands ha dichiarato: “In tutto il Paese sono state organizzate conferenze per informare la popolazione di quello che possiamo realizzare insieme alla comunità musulmana per affrontare il problema e il feedback è stato positivo”. Il funzionario ha altresì affermato: “Oltre a collaborare con le indagini svolte dalla polizia in merito alla rete terroristica, ci concentriamo soprattutto sulla prevenzione, attraverso la conoscenza del fenomeno. In questo Paese, la prevenzione implica due aree principali: la sfera individuale, ovvero come e quando una persona può essere radicalizzata, e le istituzioni nelle quali questa idea può essere pubblicizzata”. Il funzionario ha concluso dicendo: “Il nostro ruolo è quello di individuare e combattere il lavoro degli estremisti in questi campi, in particolare all’interno delle scuole e delle università”.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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