Egitto: arrestata bambina di 14 mesi

Pubblicato il 2 aprile 2018 alle 6:03 in Africa Egitto

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le autorità egiziane hanno arrestato una bambina di 14 mesi, insieme alla sua famiglia, tutti di nazionalità egiziana, mentre si trovavano presso la stazione ferroviaria di Giza, situata nel sud del Cairo, secondo quanto riferito dall’organizzazione non governativa, Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà (ECRF).

La famiglia, composta dal padre, Abdullah Mohamed Mudar Moussa, dalla madre, Fatima Mohammed Diaa El-Din Moussa, dalla neonata Alia e dal fratello della donna, Omar Mohammed Diaa El-Din Moussa, sono stati arrestati presso la stazione di Giza, mentre aspettavano un treno per tornare a casa, nella provincia meridionale di Assiut. I quattro si troverebbero in prigione da sabato 24 marzo. In questo contesto, il Coordinamento egiziano ha dichiarato, attraverso la sua pagina Facebook: “Anche i neonati non trovano scampo dalle sparizioni forzate in Egitto”.

Il giorno successivo all’arresto, all’alba di domenica 25 marzo, le forze della sicurezza avrebbero fatto irruzione nell’abitazione della famiglia. I parenti dei quattro hanno riferito che non sarebbe stato possibile comunicare con loro dal momento del fermo. A nulla sarebbe valsa la denuncia presentata dai familiari presso la Procura Generale egiziana.

Secondo il Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, Alia sarebbe l’egiziana più giovane a essere stata arrestata dalle forze della sicurezza, da quando le autorità egiziane avrebbero adottato la politica della sparizione forzata, in seguito al colpo di stato, avvenuto il 3 luglio 2013, che aveva portato al potere l’attuale presidente dell’Egitto, Abdel Fattah Al-Sisi, dopo aver rovesciato il regime del predecessore, Mohammed Morsi.

Stando a quanto riferito dal quotidiano Al-Monitor, da quando ha preso il potere, il presidente egiziano avrebbe autorizzato le sparizioni forzate come politica per spaventare gli opponenti politici. Il 31 agosto 2017, il giorno successivo alla celebrazione della giornata mondiale contro le sparizioni forzate, la Commissione egiziana per i diritti e le libertà aveva documentato 378 casi di sparizioni forzate tra l’agosto 2016 e l’agosto 2017.

Già il 13 luglio 2016, l’organizzazione non governativa Amnesty International, in un report dal titolo “Egypt: Officially, you do not exist: Disappeared and tortured in the name of counter-terrorism”, aveva rivelato la tendenza del governo egiziano di far sparire senza lasciare alcuna traccia centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, tra i quali anche bambini. Secondo i dati presenti nel documento, venivano fatte sparire una media di 3/4 persone al giorno, la maggior parte delle volte dopo che le forze di sicurezza avevano fatto irruzione nelle loro abitazioni. In questo contesto, il direttore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International, Philip Luther, aveva dichiarato: “Questo report rivela le tattiche scioccanti spietate che le autorità egiziane sono pronte a utilizzare nello sforzo di spaventare e ridurre al silenzio i manifestanti e i dissidenti” e aveva aggiunto: “Le sparizioni forzate sono diventate uno strumento chiave della politica dello Stato in Egitto. Chiunque osi parlare è a rischio, dal momento che il contro terrorismo viene utilizzato come scusa per rapire, interrogare e torturare le persone che sfidano le autorità”.

Oltre a ciò, il Paese nordafricano avrebbe imposto un giro di vite nei confronti degli attivisti che si esprimevano online, censurando centinaia di siti internet. In questo contesto, l’11 febbraio, uno dei più famosi blogger egiziani e attivista durante la rivoluzione del 2011, Wael Abbas, aveva riferito che nel dicembre 2017 il suo account, che contava circa 350.000 follower, era stato bloccato e aveva dichiarato: “La polizia controlla i telefoni, guarda gli account Facebook e, se qualcuno ha materiale riconducibile all’opposizione, può facilmente arrestarlo”. Abbas aveva altresì dichiarato che la polizia utilizzerebbe “gli hacker per interferire negli account delle persone che lavorano con i prigionieri politici e le associazioni per i diritti umani. Tutti sanno che il nostro governo ha addirittura comprato i software dall’Europa per spiarci”.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.