Crisi Etiopia: più di 1.100 persone arrestate

Pubblicato il 1 aprile 2018 alle 8:31 in Africa Etiopia

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Le autorità etiopi hanno arrestato più di 1.100 persone da quando il Paese ha dichiarato lo stato di emergenza a febbraio, in seguito alle dimissioni del premier, Hailemariam Desalegn.

Sabato 31 marzo, la rete di stato Fana ha annunciato che 1.107 persone sono state arrestate per aver violato il decreto di emergenza, che include il divieto di protesta e della diffusione di pubblicazioni che potrebbero incitare “scontento e discordia”. Fana ha altresì riportato le parole del presidente del Comitato per l’inchiesta sullo stato di emergenza, Tadesse Hordofa, che ha dichiarato che le più di 1000 persone sono state arrestate “per aver ucciso civili pacifici e forze di sicurezza, aver dato fuoco a case e istituzioni finanziarie, per trasferimenti illeciti di armi da fuoco e per aver distrutto istituzioni pubbliche e del governo e aver bloccato le strade”. I rappresentanti dei gruppi umanitari hanno spiegato che centinaia di persone sono state uccise dalle forze di sicurezza e migliaia sono state arrestate.

Il primo ministro Hailemariam aveva rassegnato le dimissioni il 15 febbraio, dopo 2 anni di proteste contro il suo governo. Subito dopo, le autorità avevano dichiarato lo stato di emergenza, della durata di 6 mesi, nel tentativo di stemperare le rimostranze del popolo, che da tempo richiede maggiore libertà. Tale condizione, tuttavia, prevede una serie di restrizioni ai cittadini per garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Non è la prima volta che l’Etiopia affronta la dichiarazione di uno stato di emergenza, in quanto dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità erano state accusate altresì di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

Le tensioni politiche in Etiopia sono emerse nel novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

 

di Redazione

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