Cosa sappiamo sul nuovo premier etiope, Abiy Ahmed

Pubblicato il 31 marzo 2018 alle 6:01 in Africa Etiopia

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Il 42enne Abiy Ahmed è stato nominato premier etiope martedì 27 marzo, dopo essere stato eletto presidente della coalizione governativa, Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF).

Come previsto dagli analisti, il nuovo primo ministro appartiene all’etnia Oromia, e di conseguenza all’Oromo Peoples Democratic Organization (OPDO), uno dei quattro partiti della ERPDF, che l’ha scelto come proprio leader per permettergli di essere nominato premier. Il quotidiano Africa News ha raccolto una serie di informazioni sul suo conto, per far luce sulla personalità e sulle caratteristiche del nuovo leader etiope, il quale si torva a governare un paese dove dal 16 febbraio scorso vige lo Stato di emergenza, imposto in seguito alle dimissioni dell’ex primo ministro, Hailemariam Desalegn.

Nato nella città di Agaro, nella regione Oromia, Abiy proviene da una famiglia musulmana e cristiana. Alla fine degli anni Ottanta si è unito all’OPDO, effettuando altresì il servizio militare, che gli ha conferito il grado di tenente colonnello. Nel 1993, ha preso parte alla missione di peacekeeping dell’Onu in Ruanda e, tra il 2009 e il 2012, ha fondato ed è stato direttore dell’Ethiopia’s Internet Security Agency, che gli ha poi conferito il portafoglio ministeriale per la scienza e la tecnologia. In merito alla sua personalità, Abiy è considerato un politico astuto, con credenziali accademiche e militari di un certo peso, molto competente e soprattutto una persona incline ad una leadership partecipativa. Era il candidato più giovane tra i possibili successori di Hailemariam, e dovrebbe godere di un forte supporto da parte della popolazione della regione Oromia. E’ previsto che Abiy inizi il proprio mandato il 2 aprile.

Il 28 marzo, Amnesty International ha lanciato un appello al nuovo premier, intimandolo a impegnarsi a risolvere la crisi del Paese e a far cessare le violazioni dei diritti umani.

Le tensioni politiche in Etiopia sono emerse novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. Il 15 febbraio, Hailemariam ha presentato le dimissioni, dichiarando di voler cedere il potere per permettere l’attuazione delle riforme democratiche tanto richieste dalla popolazione. Il giorno seguente, il governo ha imposto lo Stato di emergenza, che avrà una durata complessiva di 6 mesi, al fine di mantenere l’ordine. Tale condizione, tuttavia, prevede una serie di restrizioni ai cittadini per mantenere garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Non è la prima volta che l’Etiopia affronta la dichiarazione di uno stato di emergenza, in quanto dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità sono state accusate altresì di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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