Crisi Etiopia: Abiy Ahmed è il nuovo primo ministro

Pubblicato il 28 marzo 2018 alle 6:01 in Africa Etiopia

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Abiy Ahmed è il nuovo premier etiope.

L’annuncio è stato effettuato dai media nazionali nella giornata di martedì 27 marzo. Secondo quanto riporta Africa News, Ahmed è stato prima eletto presidente  della coalizione governativa etiope, Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), e poi nominato primo ministro. Appartenente all’etnia Oromia, la nomina di Ahmed ha rispettato quanto previsto da molti analisti locali, secondo cui il prossimo capo di governo sarebbe stato un esponente del gruppo Oromia. La coalizione è formata da quattro partiti, quali il Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), l’Amhara National Democratic Movement (ANDM), l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). 

Intanto, nei giorni passati, le forze di sicurezza etiopi hanno arrestato nuovamente diversi prigionieri politici e giornalisti che erano stati liberati nel corso dei mesi passati, per aver organizzato un evento pubblico fuori dalla capitale con le famiglie e gli amici. Secondo quanto riferito dall’avvocato Amha Mekonnen, gli arresti sarebbero avvenuti nel pomeriggio di domenica 25 marzo, in violazione dello stato di emergenza, in vigore dal 16 febbraio scorso. Tra gli incarcerati ci sono i giornalisti Eskinder Neha e Temesgen Desalegn, il politico Andualem Aragie e il blogger Befekadu Hailu. Al momento, gli ufficiali governativi non hanno rilasciato alcun commento.

Lo stato di emergenza è stato imposto in seguito alle dimissioni del premier Hailemariam Desalegn, in carica dall’agosto 2012, il quale si era detto intenzionato a cedere il potere per permettere l’avvio di riforme democratiche. Lo stato di emergenza, che avrà una durata di 6 mesi, prevede una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Non è la prima volta che l’Etiopia affronta la dichiarazione di uno stato di emergenza, in quanto dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità sono state accusate altresì di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

Le tensioni politiche in Etiopia sono emerse novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. 

L’Etiopia, secondo Paese più popoloso del continente africano, è uno degli attori principali del Corno d’Africa, sia sul piano economico, sia sul piano della sicurezza. È previsto che lo Stato africano diventi il primo esportatore di energia dell’area e anche il Paese più importante per la produzione di energia rinnovabile di tutto continente. Nonostante ciò, nel 2016, l’Etiopia ha subito il peggior periodo di siccità degli ultimi 50 anni, il quale provocato una crisi umanitaria che ha interessato circa 10 milioni di persone. 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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