World Food Programme: allarme jihadisti nel Sahel, possibile nuova crisi migratoria

Pubblicato il 27 marzo 2018 alle 12:27 in Africa Immigrazione

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Il direttore esecutivo del World Food Programme, David Beasley, ha lanciato un allarme, riferendo che il trasferimento dei jihadisti dell’ISIS dal Medio Oriente all’Africa potrebbe provocare una nuova crisi migratoria nel Mediterraneo. In particolare, Beasley ha spiegato che molti militanti fuggiti dalla Siria e dall’Iraq in seguito alla sconfitta militare dello Stato Islamico stanno raggiungendo la regione del Sahel, dove starebbero collaborando con i terroristi di Al-Qaeda, al-Shabaab e di Boko Haram.

Il Sahel è quella fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana che si estende tra l’Oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Dal 2001, la regione è in balia di numerosi gruppi terroristici di matrice islamista, che si concentrano nella parte nord-occidentale della regione. Secondo Beasley, l’Europa potrebbe essere investita da una crisi migratoria più grave di quella provocata dal conflitto in Siria, se i suoi leader non si affretteranno a stabilizzare la regione. “Il Sahel è un’area che comprende 500 milioni di persone, la crisi siriana potrebbe essere una goccia rispetto al mare che potrebbe arrivare”, ha spiegato il direttore del World Food Programme, aggiungendo che i jihadisti stanno penetrando in un’area che è già di per sé fragile, utilizzando il cibo come arma di reclutamento, così da causare una migrazione di massa verso i Paesi europei.

Il 2017 ha costituito un momento di svolta nella gestione della crisi migratoria, segnando il numero di sbarchi in Europa più basso dal 2014, pari a 171.635. Ciò è stato possibile per via delle politiche sia dell’Unione Europea, sia dei governi singoli degli Stati membri, che hanno dato la priorità al raggiungimento di accordi bilaterali con i Paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno migratorio. Tra questi, al primo posto c’è stata la Libia, principale porto di partenza, ormai da anni, di tutti i migranti intenzionati a raggiungere le coste europee via mare. Nel Mar Mediterraneo esistono tre rotte migratorie dal Nord Africa verso l’Europa: quella del centrale, quella orientale e quella occidentale. Nel 2017, la rotta del Mediterraneo centrale, che collega la Libia all’Italia, è stata la più navigata dai migranti.

Il Paese nordafricano, dal rovescio del regime di Muammar Gheddafi, nell’ottobre 2011, versa in una condizione di grave instabilità, dove ancora oggi esistono due governi, uno insediato a Tripoli, appoggiato dall’Onu, e uno insediato a Tobruk, appoggiato da Russia ed Egitto. Tale situazione ha permesso ai trafficanti di esseri umani di portare avanti indisturbati le loro attività. L’assenza di una guida unitaria del Paese, capace di controllare efficacemente tutti i territori, ha fatto sì che i confini meridionali della Libia, con il Niger e il Ciad, siano ormai divenuti i confini meridionali dell’Europa stessa, come ha spiegato il ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, il 31 marzo scorso, nel corso di una riunione al Viminale con 60 leader tribali libici. Nell’occasione, l’Italia ha raggiunto un accordo con i capi delle tribù, i quali si sono spartiti il controllo di determinate zone dei confini. Le iniziative messe in atto da Roma e da Bruxelles, dunque, hanno seguito la linea di Minniti, volta a impedire che i flussi migratori provenienti dalle varie aree africane confluissero prima in Libia, e poi verso l’Europa. Ne è conseguito che, nel corso dell’estate, gli sbarchi in Italia e in Europa sono diminuiti gradualmente.

Con la progressiva sconfitta militare dell’ISIS in Siria e in Iraq, avvenute rispettivamente il 6 e il 9 dicembre 2017, la comunità internazionale ha cominciato a preoccuparsi in merito allo spostamento dei jihadisti rimanenti in altre aree sensibili, come in alcuni Paesi dell’Africa, l’Afghanistan e il Sudest asiatico. Per quanto riguarda l’Africa, occorre ricordare che il gruppo estremista somalo al-Shabaab, affiliato ad al-Qaeda, è attivo in Somalia e nella regione del Corno d’Africa dal 2006, mentre la Nigeria e gli Stati vicini sono particolarmente colpiti dalla violenza dei jihadisti del gruppo nigeriano Boko Haram dal 2009. Il Global Terrorism Index del 2017 ha inserito la Nigeria, la Somalia e la Libia rispettivamente terzo, settimo e decimo posto della lista dei 10 Paesi maggiormente colpiti dal terrorismo. A tali aree si aggiungono altri Paesi della fascia del Sahel che, essendo poco controllata, pullula di militanti di al-Qaeda, dell’ISIS e di altre organizzazioni.

Alla luce di tale situazione, nel febbraio 2017 è stato creato un nuovo corpo antiterrorismo, chiamato G5 Sahel, composto da 5,000 ufficiali, tra soldati, poliziotti e agenti speciali originari di Mali, Mauritania, Niger, Ciad e Burkina Faso, per contrastare la crescita dell’estremismo e del traffico di esseri umani nell’area del Sahel. Il 24 dicembre 2017, l’ex premier italiano, Paolo Gentiloni, ha annunciato il trasferimento di circa 470 militari italiani dall’Iraq al Niger, dove addestreranno e assisteranno l’esercito locale nelle operazioni di controllo dei confini.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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