Iraq: 19 mila arresti per legami con l’ISIS

Pubblicato il 25 marzo 2018 alle 6:03 in Iraq Medio Oriente

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L’Iraq ha arrestato almeno 19.000 persone accusate di avere rapporti con lo Stato Islamico o di aver commesso crimini riconducibili all’organizzazione terroristica e ne ha condannati a morte più di 3.000, secondo i dati pubblicati dall’agenzia di stampa internazionale Associated Press.

L’arresto di massa e la velocità con cui sono state emesse le condanne hanno suscitato viva preoccupazione per l’arbitrarietà dei processi e per il fatto che i jihadisti che ora si trovano nei centri di detenzione potrebbero reclutare le persone al loro interno, con l’obiettivo di creare una nuova rete terroristica.

In questo contesto, un membro della commissione per i diritti umani istituita dal Parlamento iracheno, Fadhel Al-Gharwari, ha dichiarato: “C’è un grande affollamento nelle carceri. L’Iraq ha bisogno di numerosi investigatori e giudici per risolvere la questione” e ha aggiunto che molti procedimenti legali sarebbero stati ritardati perché il Paese non avrebbe le risorse per far fronte al picco di arresti.

Non è la prima volta che un numero così alto di iracheni viene arrestato durante le operazioni condotte contro gli estremisti. Nel 2007, all’apice dei combattimenti contro i militanti di Al-Qaeda e delle milizie sciite, l’esercito americano aveva arrestato 25.000 persone in Iraq. Oggi, tuttavia, l’ondata di arresti ha colpito molto più profondamente il sistema della giustizia iracheno, sia perché le incarcerazioni del passato erano avvenute in un lasso di tempo più ampio, sia perché gli arresti erano stati effettuati in gran parte dall’esercito americano. Inoltre, soltanto una piccola parte degli arrestati era stata giudicata nei tribunali iracheni.

Già il 5 dicembre 2017, l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch aveva pubblicato un report nel quale si denunciava il fatto che migliaia di persone, sospettate di avere legami con lo Stato Islamico, avrebbero subito violazioni dei propri diritti da parte delle forze dell’ordine irachene e curde. Nel documento, l’organizzazione aveva parlato di circa 20.000 persone tenute in custodia dagli iracheni. In questo contesto, l’ente umanitario aveva riferito che la maggior parte dei detenuti viveva in condizioni inumane all’interno dei centri di detenzione iracheni e non era stata sottoposta a giusto processo. Inoltre, le persone sarebbero state accusate con estrema facilità di appartenere a un gruppo terroristico, nonostante le autorità non fossero in possesso di prove incriminanti. In Iraq, le autorità perseguirebbero i presunti membri dell’ISIS soltanto sulla base dei principi della legge antiterrorismo, dal momento che, in questo caso, il tribunale è tenuto unicamente a dimostrare l’appartenenza del soggetto all’ISIS. Viceversa, nel caso di applicazione delle norme previste dal codice penale, la corte sarebbe chiamata ad accertare che le singole azioni compiute dai sospettati abbiano violato la legge.

In questo contesto, l’ agenzia di stampa internazionale Associated Press ha riferito che il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, avrebbe più volte esortato a emettere sentenze che prevedano la pena di morte per i soggetti accusati di terrorismo. Dal 2013, almeno 3.130 persone sarebbero state condannate alla pena capitale con tale accusa. Secondo i dati riportati da un funzionario dell’intelligence di Baghdad e riportati dalla stessa Associated Press, dal 2014 sarebbero state giustiziate 250 persone, accusate di essere membri dello Stato Islamico. Tra queste, almeno 100 sarebbero state uccise nel 2017. L’ultimo episodio si era verificato il 14 dicembre 2017, quando il ministero della Giustizia iracheno aveva reso noto che 38 persone erano state giustiziate per aver compiuto crimini legati al terrorismo nella città meridionale di Nasiriya. Il giorno successivo all’annuncio, il 15 dicembre 2017, Elizabeth Throssell, una portavoce dell’ufficio per i diritti umani presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra, aveva dichiarato che, alla luce delle falle del sistema giuridico iracheno, appariva estremamente improbabile che in tutti i 38 casi in questione fosse stato garantito il diritto a un giusto ed equo processo e ciò avrebbe implicato la possibilità di irreversibili errori giudiziari e la conseguente violazione del diritto alla vita.

Il principale centro di detenzione in cui si trovano coloro che sono accusati di avere legami con l’ISIS è la prigione centrale di Nasiriya, che si trova a 320 km a sud-est di Baghdad e ospita circa 6,000 persone. Le celle di tale struttura sono sovraffollate e ciò renderebbe difficile isolare i detenuti accusati di terrorismo. Oltre a ciò, il numero ridotto di guardie carcerarie renderebbe più facile per l’organizzazione promuovere l’ideologia all’interno della prigione. Benché dal 2017 sia stato proibito ai prigionieri di tenere sermoni e di reclutare nuovi aderenti, alcuni funzionari del carcere testimoniano come gli insegnamenti estremisti circolino ancora tra i prigionieri. Inoltre, i prigionieri hanno ricevuto la proibizione di guardare la televisione da parte di membri di spicco dell’ISIS, detenuti anch’essi. Molti tra loro si rifiutano di mangiare carne cucinata dalla mensa, nella convinzione che sia stata preparata senza seguire i dettami dell’Islam.

I funzionari iracheni hanno affermato di voler evitare che si ripeta nuovamente quanto accaduto nel carcere di Bucca, una struttura detentiva gestita – a partire dagli anni 2000 – dall’esercito americano nell’Iraq meridionale e ora definitivamente chiusa. In quel contesto i militanti estremisti detenuti si sono alimentati a vicenda, sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, recluso a Bucca per circa cinque anni. Da quel carcere è uscito anche il gruppo dirigente del futuro stato islamico. Come ha dichiarato un funzionario del Ministero degli Interni, coperto dall’anonimato secondo le norme vigenti, “non lasceremo più che accada un’altra Bucca”, aggiungendo che “sotto gli Americani, i prigionieri venivano liberati; sotto gli iracheni, essi riceveranno tutti la pena di morte”. Già sono state installate microspie nelle prigioni in cui sono detenuti coloro che sono sospettati di legami con l’Isis. Tuttavia, alcuni funzionari del carcere di Nasiriyah affermano che i detenuti riescono a rimanere in contatto con l’esterno e raccontano di come i membri dell’Isis in carcere abbiano cercato recentemente di intimorire un agente, mostrando di conoscere il nome e l’età dei suoi figli.  

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

 

di Redazione

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