La Turchia minaccia i curdi a Manbij

Pubblicato il 23 marzo 2018 alle 9:32 in Siria Turchia

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La Turchia spingerà i soldati delle People’s Protection Units (YPG) fuori dal confine orientale della Siria se non raggiungerà un accordo con gli Stati Uniti per la realizzazione di un piano mirato ad allontanare i curdi dalla regione di Manbij, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.

In un’intervista, rilasciata giovedì 22 marzo all’agenzia di stampa nazionale turca Anadolu, il ministro ha dichiarato: “Se questo piano non verrà realizzato, l’unica opzione rimasta sarà ripulire il territorio dai terroristi. Questo non è valido solo per la Siria, ma anche per l’Iraq”.

Cavusoglu fa riferimento a un accordo, che aveva illustrato il 13 marzo, secondo il quale la Turchia e gli Stati Uniti avrebbero supervisionato il ritiro delle People’s Protection Units (YPG) dalla cittadina di Manbij, situata nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, e sarebbero diventati i garanti della sicurezza nel territorio. Il piano prevedrebbe che le forze curde non partecipino all’amministrazione locale della cittadina, che gestirebbe il territorio in accordo con la popolazione. Si tratterrebbe di un modello che verrà sperimentato a Manbij e che, se si rivelerà di successo, sarà imposto anche ad altri territori, nei quali le People’s Protection Units (YPG) hanno assunto il controllo dopo la sconfitta dell’ISIS. In questo senso, Cavusoglu aveva dichiarato: “Per prima cosa testeremo questo modello a Manbij, successivamente in altri luoghi. Sono incluse nel piano anche la riva orientale del fiume Eufrate, Raqqa e altre aree sotto il controllo delle YPG” e aveva aggiunto: “Di conseguenza, l’area inclusa tra la riva orientale del fiume Eufrate e Deir Ezzor e le regioni controllate dal governo siriano, diventeranno una zona protetta”. Il ministro aveva altresì chiarito che, dopo che in Siria venisse raggiunta una soluzione politica, questi territori ritornerebbero sotto il controllo delle forze di sicurezza nazionale siriane.

Il giorno precedente alle ultime dichiarazioni, il ministro turco aveva chiarito che la Turchia e gli Stati Uniti avrebbero raggiunto “un’intesa, non un accordo” completo sulla stabilizzazione della città di Manbij e di altre aree controllate dalle People’s Protection Units (YPG) nel nord della Siria. In merito alla questione hanno discusso anche il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il suo omologo americano, Donald Trump, durante un colloquio telefonico che si è svolto giovedì 22 marzo. Durante la telefonata, le due parti hanno trattato i rapporti bilaterali e le questioni regionali, secondo quanto riferito dal portavoce della Presidenza, Ibrahim Kalin.

Il 19 marzo, il giorno successivo alla conquista della città di Afrin da parte delle forze turche, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva dichiarato che l’operazione militare nella regione di Afrin sarebbe continuata fino a quando il “corridoio del terrore” attraverso Manbij, Ayn Al-Arab, Tell Abyad, Ras Al-Ayn e Qamishli fosse stato annientato. Il 18 marzo, i soldati turchi, sostenuti dall’Esercito siriano libero (Esl), avevano preso il controllo della città di Afrin. La vittoria era giunta dopo circa due mesi dall’inizio dell’operazione Ramo d’Olivo. Si tratta di una campagna militare che Ankara aveva lanciato il 20 gennaio contro il distretto di Afrin, con l’obiettivo di liberare l’area dal terrorismo e creare una zona cuscinetto dell’estensione di 30 km al confine tra Siria e Turchia. La Turchia considera le People’s Protection Units (YPG) parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e para-militare ritenuto illegale da Ankara. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, dall’inizio dell’offensiva turca, almeno 150.000 persone avrebbero lasciato il territorio.

Il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, costituisce una postazione delle People’s Protection Units (YPG), considerate un alleato chiave dagli USA nella lotta contro l’ISIS, ma ritenute essere “terroristi” da Ankara. Già prima della vittoria su Afrin, le autorità turche avevano annunciato che Manbij sarebbe stato l’obiettivo successivo che avrebbero colpito. In merito al territorio di Manbij, domenica 21 gennaio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in occasione dell’incontro con il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, aveva dichiarato: “I terroristi a Manbij continuano ad aprire il fuoco. Attaccano le nostre truppe e l’esercito siriano libero (Esl) in un’area che si trova sotto il suo controllo dall’operazione Scudo dell’Eufrate. Se gli Stati Uniti non porranno fine a ciò, ci penseremo noi”.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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