Turchia – USA: intesa, non accordo su Manbij

Pubblicato il 22 marzo 2018 alle 11:22 in Turchia USA e Canada

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La Turchia e gli Stati Uniti hanno raggiunto “un’intesa, non un accordo” completo sulla stabilizzazione della città di Manbij e di altre aree controllate dalle People’s Protection Units (YPG) nel nord della Siria, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.

Durante una conferenza stampa, che si è svolta mercoledì 21 marzo ad Ankara, Cavusoglu ha annunciato che la Turchia e gli Stati Uniti non avrebbero ancora trovato un accordo in merito al futuro di Manbij, situata a 100 km a est di Afrin. In questo contesto, il ministro ha dichiarato: “Abbiamo detto di aver raggiunto un’intesa, che riguarda principalmente il fatto che la città siriana di Manbij e la riva orientale del fiume Eufrate vengano stabilizzate. Abbiamo detto di aver raggiunto un’intesa, non un accordo”.

Ankara aveva avviato le negoziazioni con gli Stati Uniti per trovare un accordo che potesse rendere sicura Manbij dopo il ritiro delle People’s Protection Units (YPG) dal territorio. La Turchia considera i soldati curdi parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e para-militare ritenuto illegale da Ankara. In questo senso, Cavusoglu ha dichiarato: “Le People’s Protection Units (YPG) si ritireranno dai territori come, ad esempio, Manbij. Lavoreremo insieme per la sicurezza di queste aree. Manbij sicuramente non è abbastanza. Per prima cosa, le People’s Protection Units (YPG) se ne andranno e la popolazione di Manbij governerà. Verrà garantita la sicurezza dell’area. Applicheremo il modello di Manbij anche alle altre aree controllate dalle People’s Protection Units (YPG)”.

Un accordo di questo genere era già stato illustrato dal ministro turco il 13 marzo, quando Cavusoglu aveva annunciato che la Turchia e gli Stati Uniti avrebbero supervisionato il ritiro delle People’s Protection Units (YPG) dalla cittadina di Manbij, situata nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, e sarebbero diventati i garanti della sicurezza nel territorio. Il piano prevedrebbe che le forze curde non partecipino all’amministrazione locale della cittadina, che gestirebbe il territorio in accordo con la popolazione. Si tratterrebbe di un modello che verrà sperimentato a Manbij e che, se si rivelerà di successo, sarà imposto anche ad altri territori, nei quali le People’s Protection Units (YPG) hanno assunto il controllo dopo la sconfitta dell’ISIS. In questo senso, Cavusoglu aveva dichiarato: “Per prima cosa testeremo questo modello a Manbij, successivamente in altri luoghi. Sono incluse nel piano anche la riva orientale del fiume Eufrate, Raqqa e altre aree sotto il controllo delle YPG” e aveva aggiunto: “Di conseguenza, l’area inclusa tra la riva orientale del fiume Eufrate e Deir Ezzor e le regioni controllate dal governo siriano, diventeranno una zona protetta”. Il ministro aveva altresì chiarito che, dopo che in Siria venisse raggiunta una soluzione politica, questi territori ritornerebbero sotto il controllo delle forze di sicurezza nazionale siriane.

Il 19 marzo, il giorno successivo alla conquista della città di Afrin da parte delle forze turche, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva dichiarato che l’operazione militare nella regione di Afrin sarebbe continuata fino a quando il “corridoio del terrore” attraverso Manbij, Ayn Al-Arab, Tell Abyad, Ras Al-Ayn e Qamishli fosse stato annientato. Il 18 marzo, i soldati turchi, sostenuti dall’Esercito siriano libero (Esl), avevano preso il controllo della città di Afrin. La vittoria era giunta dopo circa due mesi dall’inizio dell’operazione Ramo d’Olivo. Si tratta di una campagna militare che Ankara aveva lanciato il 20 gennaio contro il distretto di Afrin, con l’obiettivo di liberare l’area dal terrorismo e creare una zona cuscinetto dell’estensione di 30 km al confine tra Siria e Turchia. La Turchia considera le People’s Protection Units (YPG) parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e para-militare ritenuto illegale da Ankara. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, dall’inizio dell’offensiva turca, almeno 150.000 persone avrebbero lasciato il territorio.

Il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, costituisce una postazione delle People’s Protection Units (YPG), considerate un alleato chiave dagli USA nella lotta contro l’ISIS, ma ritenute essere “terroristi” da Ankara. Già prima della vittoria su Afrin, le autorità turche avevano annunciato che Manbij sarebbe stato l’obiettivo successivo che avrebbero colpito. In merito al territorio di Manbij, domenica 21 gennaio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in occasione dell’incontro con il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, aveva dichiarato: “I terroristi a Manbij continuano ad aprire il fuoco. Attaccano le nostre truppe e l’esercito siriano libero (Esl) in un’area che si trova sotto il suo controllo dall’operazione Scudo dell’Eufrate. Se gli Stati Uniti non porranno fine a ciò, ci penseremo noi”.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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