Israele: i migranti sono una minaccia peggiore dei jihadisti

Pubblicato il 22 marzo 2018 alle 6:03 in Israele Medio Oriente

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Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che una recinzione elettronica lungo il confine tra Egitto e Israele ha salvato lo Stato ebraico dagli attacchi terroristici o peggio dal flusso di migranti africani.

Durante una conferenza che si è tenuta martedì 20 marzo nella città di Dimona, situata nel deserto del Negev, nel sud di Israele, al confine con l’Egitto, il premier israeliano ha dichiarato: “Se non fosse stato per la recinzione, avremmo assistito a gravi attacchi dai terroristi del Sinai e a qualcosa di peggiore, ovvero un’inondazione di migranti irregolari provenienti dall’Africa”. Il primo ministro ha altresì affermato che l’arrivo di un gran numero di migranti non ebrei avrebbe minacciato il tessuto stesso di Israele. In questo contesto, Netanyahu ha dichiarato: “Stiamo parlando di uno Stato ebraico e democratico, ma come possiamo garantire uno Stato democratico ed ebraico con 50.000, poi 100.000, poi 150.000 migranti all’anno?” e ha aggiunto: “Dopo 1 milione, 1,5 milioni dovremmo chiudere anche i negozi. Non abbiamo chiuso, abbiamo costruito una recinzione”.

Secondo le stime del Ministero dell’Interno israeliano, al momento, nel Paese vi sarebbero circa 42.000 migranti africani, provenienti, per la maggior parte, dal Sudan e dall’Eritrea, che avrebbero iniziato a entrare illegalmente in Israele nel 2007, attraverso quello che era un confine poroso con la regione del Sinai. Proprio al fine di evitare l’attraversamento illegale del confine con l’Egitto, il 12 gennaio 2010, Israele aveva approvato la costruzione di una recinzione elettronica, iniziata il 22 novembre dello stesso anno. Al momento, la barriera tra Egitto e Israele, che è stata completata nel 2014, si estende per la lunghezza di circa 242 km, dalla Striscia di Gaza alla città israeliana di Eilat, che si affaccia sul mar Rosso, e include telecamere, radar e sensori di movimento. L’obiettivo della barriera è combattere l’immigrazione illegale, il traffico di droga e armi e l’infiltrazione dei terroristi.

Nella penisola del Sinai è molto attivo un gruppo terroristico affiliato allo Stato Islamico, che si autodefinisce “Stato del Sinai”. Il gruppo ha più volte rivendicato la paternità di attacchi terroristici avvenuti nell’area contro le forze della polizia egiziana. Il 24 novembre 2017, 305 persone sono morte e 109 sono rimaste ferite in un’esplosione che aveva colpito la moschea di Al-Rawdah, situata nei pressi della città di Al-Arish, capoluogo del governatorato egiziano del Sinai del Nord, poco dopo la preghiera del venerdì, il giorno sacro dei musulmani. Per far fronte alla minaccia terroristica e ristabilire la sicurezza nel territorio nazionale, il 9 febbraio, l’esercito egiziano aveva annunciato l’inizio di un’operazione militare nel territorio settentrionale e centrale della Penisola del Sinai e in alcune zone del delta del Nilo. La campagna militare egiziana, che ha il nome di Operazione Sinai 2018, si propone di rafforzare il controllo nelle aree di confine e di “ripulire il territorio, nel quale ci sono alcuni focolai del terrorismo”.

Il 2 gennaio il primo ministro israeliano aveva annunciato un piano che prevedeva l’espulsione di circa 38.000 migranti irregolari, la maggior parte dei quali di origine eritrea e sudanese, entro la fine di marzo. Secondo il progetto, ogni migrante, che era entrato in Israele in maniera irregolare, avrebbe ricevuto un biglietto aereo e l’equivalente di circa 2.900 euro per lasciare il Paese. Dopo il mese di marzo, termine ultimo stabilito dal governo, la somma sarebbe e coloro che avrebbero continuato a opporsi all’espatrio sarebbero stati arrestati. Secondo le stime ufficiali, dal giugno al novembre 2017, in Israele erano entrati 38.043 migranti africani. Tale cifra includeva 27.494 eritrei e 7.869 sudanesi. Netanyahu aveva altresì dichiarato di aver concluso alcuni accordi con Ruanda e Uganda, i quali avrebbero accettato di accogliere i migranti, dal momento che questi, in particolare i sudanesi e gli eritrei, non avrebbero potuto tornare nei Paesi d’origine, a causa dell’instabilità dei due Stati. Qualche giorno più tardi, il 5 gennaio, Ruanda e Uganda avevano affermato di non aver firmato alcun accordo con Israele in merito all’accoglienza dei migranti africani. In questo contesto, il 14 marzo, le autorità israeliane avevano chiuso il centro di detenzione per i migranti di Holot, mentre il giorno successivo, il 15 marzo, la Corte suprema di Israele aveva sospeso il piano del governo di espatriare migliaia di migranti irregolari, a causa delle proteste di coloro che si opponevano a tale decisione. La Corte aveva deliberato che il governo avesse tempo fino al 26 marzo per fornire ulteriori informazioni, fino a quel momento, l’allontanamento dei migranti da Israele sarebbe rimasto sospesa.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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