L’Egitto lancia la sua versione di Facebook contro il terrorismo

Pubblicato il 18 marzo 2018 alle 6:04 in Africa Egitto

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L’Egitto starebbe sviluppando una piattaforma online concorrente di Facebook, secondo quanto riferito dalle autorità egiziane. Il progetto sarebbe stato realizzato in coordinamento con il Ministero della Giustizia al fine di proteggere le informazioni dei cittadini e combattere il terrorismo.

Lunedì 12 marzo, in occasione di una conferenza che si è tenuta al Cairo, il ministro delle Telecomunicazioni egiziano, Yasser Al-Qadi, ha rivelato il progetto, dichiarando che “presto, l’Egitto avrà la sua piattaforma social, che farà concorrenza a Facebook. Dopo la rivoluzione del 25 gennaio, i gruppi estremisti sono riusciti ad attrarre giovani con disturbi della personalità utilizzando gli strumenti tecnologici. Di conseguenza, dobbiamo controllare queste piattaforme”.

Secondo quanto riferito dal quotidiano The New Arab, da quando il 3 luglio 2013 l’attuale presidente dell’Egitto Abdel Fattah Al-Sisi ha preso il potere, dopo aver rovesciato il governo di Mohammed Morsi, il Paese nordafricano avrebbe imposto un giro di vite nei confronti degli attivisti che si esprimevano online, censurando centinaia di siti internet. In questo contesto, l’11 febbraio, uno dei più famosi blogger egiziani e attivista durante la rivoluzione del 2011, Wael Abbas, aveva riferito che nel dicembre 2017 il suo account, che contava circa 350.000 follower, era stato bloccato e aveva dichiarato: “La polizia controlla i telefoni, guarda gli account Facebook e, se qualcuno ha materiale riconducibile all’opposizione, può facilmente arrestarlo”. Abbas aveva altresì dichiarato che la polizia utilizzerebbe “gli hacker per interferire negli account delle persone che lavorano con i prigionieri politici e le associazioni per i diritti umani. Tutti sanno che il nostro governo ha addirittura comprato i software dall’Europa per spiarci”.

Durante la rivoluzione egiziana, scoppiata al Cairo il 25 gennaio 2011 sulla scia delle Primavere arabe, che aveva portato alla caduta del governo dell’allora presidente Hosni Mubarak, i social media avevano svolto un ruolo di primo piano nel coordinare l’organizzazione delle manifestazioni di protesta e nel diffondere la rivolta a livello mondiale.

Dal maggio 2017, le autorità avrebbero bloccato almeno 496 siti internet che appartenevano ai principali media, tra i quali The New Arab, e a gruppi della società civile. L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, il cui sito internet è stato bloccato in Egitto, ha condannato la censura come un tentativo di “annientare il dissenso pacifico”. L’8 settembre 2017, le autorità egiziane avevano oscurato il sito di Human Rights Watch, dopo che questo aveva pubblicato un report, dal titolo “We Do Unreasonable Things Here”, nel quale accusava la polizia e gli ufficiali di sicurezza nazionale egiziani di torturare i prigionieri politici.

Il 26 febbraio scorso, il governo egiziano ha esortato gli ufficiali e i funzionari a boicottare l’emittente britannica BBC, dopo che questa aveva pubblicato un report sulla violazione dei diritti umani nel Paese, definito “pieno di bugie”. Il documentario, dal titolo “The Shadow over Egypt”, era stato pubblicato qualche giorno prima, il 22 febbraio, e denunciava i casi di sparizioni forzate e tortura perpetrati dalle forze di sicurezza egiziane, dopo la presa di potere del presidente Abdel Fattah Al-Sisi. In seguito alla diffusione del documentario, la madre della donna egiziana apparsa nel video, Zubeida Ibrahim Younis, era stata arrestata e il suo avvocato era sparito. Martedì 13 marzo, un tribunale egiziano ha fissato la data della prima udienza del processo contro la BBC, che si terrà il 10 aprile p.v., e durante la quale verrà richiesta la chiusura dell’ufficio del Cairo dell’emittente britannica e il ritiro della sua licenza di operare in Egitto.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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