Bombe a grappolo in Medio Oriente: Brasile sotto accusa

Pubblicato il 17 marzo 2018 alle 6:03 in Brasile

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La scoperta da parte delle Nazioni Unite di bombe a grappolo brasiliane utilizzate nei conflitti in Siria e nello Yemen imbarazzano il governo di Brasilia, che non ha mai firmato la Convenzione di Oslo sulla messa al bando di questo tipo di ordigno.

Fu un raid aereo sulla città yemenita di Saada, il 6 dicembre 2016, nel quale morirono due persone a far avviare l’indagine ONU sulle bombe a grappolo. Attivisti di Human Rights Watch, infatti, avevano trovato tracce di missili Astros II, in grado di trasportare fino a 65 bombe a grappolo. Le indagini, sia dell’ONU che di varie ONG hanno indicato nel Brasile il responsabile della fabbricazione e della vendita di tali ordigni.

Il giorno prima dell’attacco, durante una sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, il rappresentante del Brasile si era astenuto dal votare a favore della Convenzione di Oslo sulla messa al bando delle munizioni a grappolo. L’atteggiamento di Brasilia ha suscitato critiche in patria e all’estero.

“Il Brasile è un Paese oscurantista e inutile, mentre potrebbe fare molto per prevenire la perdita di vite umane a causa dell’impiego di queste armi brutali. È molto deprimente che il Brasile non abbia ancora firmato il trattato del 2008 per la messa al bando di questi ordigni e che alcuni diplomatici non accettino le disposizioni della convenzione. Non capiamo il motivo per cui è l’industria brasiliana, l’industria della difesa brasiliana, a dettare la linea politica del Brasile su questo tema piuttosto che il Parlamento o il governo, così come per quanto riguarda la produzione e l’esportazione di bombe a grappolo”- ha dichiarato in un’intervista all’edizione brasiliana di Sputnik Mary Wareham, direttrice dell’ufficio legale sulle questioni degli armamenti di Human Right Watch di Washington.

Nel giugno 2008 l’allora ministro della Difesa brasiliano Celso Amorim aveva affermato che le armi a grappolo erano “inumane” e che “dovevano essere distrutte” e che in futuro probabilmente il Paese avrebbe adottato la Convenzione. Cinque mesi dopo, tuttavia, le autorità di Brasilia hanno reso noto che il paese non avrebbe firmato il documeto perché “le disposizioni del trattato non bilanciano il diritto legittimo alla difesa e le considerazioni umanitarie”.

Si ritiene che il governo brasiliano avesse rivisto la sua posizione a causa delle tensioni tra l’allora capo di Stato Lula da Silva e la lobby dell’industria bellica. Alcuni deputati, infatti, si erano schierati per la promulgazione di informazioni affidabili e trasparenti sul commercio di armi da parte dello Stato brasiliano, causando una dura reazione da parte dei rappresentanti dell’industria militare, forti di molti sostenitori in parlamento.

“Il problema è che un Paese come il nostro, che sta dalla parte della pace, non dovrebbe produrre armi che possono strappare vite – afferma il deputato Rubens Bueno, sostenitore della messa al bando delle bombe a grappolo – si tratta di armi potenti, che oltretutto possono colpire persone che non c’entrano nulla. Non vedo alcun motivo per discussioni commerciali”.

Interrogato sulla questione da giornalisti del network russo, il ministero degli Esteri del Brasile ha criticato la Convenzione di Oslo per la natura oscura della sua approvazione e le “distorsioni che danneggiano la sua efficacia”.

“Le esportazione delle merci dell’industria della difesa brasiliana sono analizzate su base individuale in base al caso particolare in accordo con i principi della politica estera del Brasile e degli impegni internazionali assunti dal Brasile – si legge nella nota di risposta della diplomazia brasiliana – il ministero si occupa solo delle questioni di assistenza tecnica e politica relativamente alle richieste di autorizzazione per l’esportazione. La decisione finale viene presa dal ministero della Difesa”.

Lo scorso febbraio il governo era stato criticato da diverse Ong per “ignorare la barbarie” che si stava compiendo in Medio Oriente con armi brasiliane. 

Il governo del Brasile ha sottolineato inoltre come la mancata firma della Convenzione non significa che il paese non riconosca la gravità del problema, ma semplicemente che non condivide l’utilità della convenzione stessa.

Natalia Pollachi, coordinatrice del centro studi Sou da Paz ha ricordato come “il Brasile sia classificato come uno dei paesi con la peggior politica di trasparenza del mondo in materia di industria militare, persino dietro a paesi molto criticati dalla comunità internazionale quali Russia, Cina o Pakistan”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale 

Traduzione dal portoghese e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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