Italia e Francia sostengono l’esercito del Libano

Pubblicato il 16 marzo 2018 alle 15:24 in Italia Libano

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La comunità internazionale ha manifestato un grande supporto nei confronti dello sviluppo militare del Libano in occasione della riunione ministeriale “Lebanon building trust: a viable security for the country an the region”, che si è tenuta presso la Farnesina giovedì 15 marzo, con la partecipazione di 40 Paesi.

L’incontro ha costituito la prima tappa del programma dell’International Support Group for Lebanon, il quale prevede altresì la Conferenza del Cedro, che si terrà il 6 aprile a Parigi e riguarderà i temi delle infrastrutture e dell’economia, e la riunione di Bruxelles del 24 aprile che verterà sulla crisi umanitaria del Paese mediorientale e sulla questione dei rifugiati siriani. Il Libano, al momento, ospita circa 1,5 milioni di siriani, fuggiti dalla guerra civile siriana, iniziata il 15 marzo 2011.

In occasione del meeting che si è svolto a Roma, il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, ha dichiarato: “L’occasione per manifestare un ampio sostegno internazionale al processo avviato dal governo libanese per rafforzare le capacità e l’efficacia delle Forze di sicurezza, per sostenere la sovranità e l’indipendenza del Paese e delle sue istituzioni”. Al vertice hanno partecipato anche l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e il capo di Stato Maggiore, il generale Claudio Graziano, oltre al primo ministro libanese, Saad Al-Hariri, e al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Secondo quanto riferito dal Ministero degli Esteri, “l’Italia è un partner di primaria importanza nel sostenere lo sviluppo delle capacità delle forze armate libanesi, in particolare per il suo impegno nel settore dell’addestramento, con 24 corsi organizzati nello scorso anno e 54 in programma per il 2018. E sono italiani 1.100 dei 10.500 caschi blu che costituiscono il contingente dell’Unifil, incaricato di monitorare la cessazione delle ostilità tra Israele e Libano e di sostenere le forze armate libanesi dispiegate nel sud del paese. L’Italia è il primo contributore di Unifil tra i Paesi occidentali”. Si tratta di un’operazione dei caschi blu dell’ONU, conosciuta con il nome di Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL), che era stata creata il 19 marzo 1978, in seguito all’occupazione del territorio libanese da parte di Israele, al fine di creare una fascia di sicurezza volta a tutelare i civili. Il 30 agosto 2017, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva votato all’unanimità il prolungamento di un anno del mandato della missione. In questo contesto, lunedì 12 marzo, il Ministero della Difesa italiano aveva annunciato la conclusione del primo corso di C-IED Awareness, la lotta agli ordigni improvvisati, a guida italiana, a favore delle Forze armate libanesi, mirata “ad incrementare ulteriormente il livello tecnico professionale dell’apparato preposto a garantire la sicurezza nel sud del Libano nel rispetto delle Risoluzioni 1701 e 2373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

In occasione della riunione di Roma, la Francia ha aperto una linea di credito del valore di 400 milioni di euro per l’esercito libanese, nel contesto di un più ampio progetto di Parigi mirato al rafforzamento delle istituzioni del Libano e al raggiungimento della sicurezza nel Paese. L’8 marzo, in occasione dell’incontro tra il ministro della Difesa libanese, Yaacub Sarraf, e il suo omologo francese, Florence Parly, la Francia aveva annunciato che avrebbe inviato un pacchetto di aiuti del valore di 14 milioni di euro all’esercito libanese, che avrebbe incluso la formazione dei soldati e il rifornimento di strumenti militari, tra i quali i missili anticarro.

Durante il suo discorso, il primo ministro libanese ha ringraziato Parigi per l’aiuto economico e ha dichiarato: “Questa conferenza è importante perché noi, in Libano, siamo stati i primi ad allontanare lo Stato Islamico dal nostro territorio e siamo stati in grado con capacità limitate”. L’1 agosto 2017, il Libano aveva rimpatriato circa 9.000 profughi siriani, tra i quali vi erano 3.000 combattenti di Tahrir Al-Sham, un gruppo jihadista di orientamento salafita che opera nella guerra civile siriana, che erano stati portati a Qalamun, situata a est di Damasco. Al-Hariri ha altresì parlato del rapporto tra Libano e Israele e ha dichiarato: “Israele rimane la principale minaccia per il Libano. Le sue violazioni giornaliere della nostra sovranità nazionale devono finire”. Il 19 febbraio, il comandante dell’esercito libanese, Joseph Aoun, aveva affermato che il Libano avrebbe utilizzato qualsiasi mezzo a propria disposizione per opporsi alla “aggressione israeliana”. Le dichiarazioni di Aoun facevano riferimento al fatto che Israele si starebbe preparando a costruire un muro di separazione sulla Blue Line, una demarcazione del confine con il Libano stabilita dalle Nazioni Unite il 7 giugno 2000, dopo che le truppe israeliane si erano ritirate dal territorio libanese in seguito alla fine del Conflitto del Libano meridionale, svoltosi tra il 1982 e il 2000. I rapporti tra i due Paesi sono divenuti ancora più tesi nell’ultimo periodo, in riferimento alla questione delle esplorazioni di gas naturale nel blocco 9, un’area marittima ricca di gas naturale rivendicata sia da Israele sia dal Libano, dal momento che si trova al confine tra le acque territoriali dei due Paesi, che non è nettamente definito. Il 14 dicembre 2017, il ministro dell’Acqua e dell’Energia libanese, Cesar Abi Khalil, aveva annunciato che un consorzio, formato da 3 società petrolifere, ovvero l’azienda italiana Eni, quella francese Total e quella russa Novatek, aveva vinto una gara d’appalto per iniziare le esplorazioni volte alla ricerca di gas e petrolio offshore. Uno dei blocchi interessati dalle esplorazioni è il numero 9. In merito all’appartenenza dell’area marittima, il 31 gennaio, il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, aveva definito la gara d’appalto “molto provocatoria” e aveva esortato le aziende internazionali a non partecipare alla gara.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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