Arabia Saudita: svilupperemo la bomba atomica in risposta all’Iran

Pubblicato il 16 marzo 2018 alle 11:21 in Arabia Saudita Iran

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L’Arabia Saudita svilupperà le armi nucleari se l’Iran acquisirà la bomba atomica, secondo quanto affermato dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman.

Giovedì 15 marzo, bin Salman ha dichiarato al canale americano CBS News, in un’intervista per il programma “60 Minutes” che andrà in onda domenica 18 marzo, che il Regno acquisirà la bomba atomica se l’Iran svilupperà le armi nucleari. Si è trattato della prima intervista con un leader saudita per una rete televisiva americana dal 2005, secondo quanto riferito dal canale stesso. In questa occasione, il principe ereditario ha chiarito che l’Arabia Saudita non ha intenzione di acquisire l’arma atomica, ma ha aggiunto: “Senza dubbio, se l’Iran svilupperà la bomba atomica, seguiremo il suo esempio il prima possibile”.

Durante l’intervista, bin Salman ha altresì chiarito alcune dichiarazioni che aveva rilasciato il 24 novembre 2017, nelle quali aveva definito la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. In merito alla questione, il principe saudita ha dichiarato: “Vuole realizzare il suo progetto in Medio Oriente, in modo simile a come Hitler si voleva espandere al suo tempo. Molti Paesi in tutto il mondo e in Europa non avevano capito quanto fosse pericoloso Hitler prima che succedesse quello che è successo. Non voglio che la stessa situazione si verifichi in Medio Oriente”.

L’Arabia Saudita, uno degli alleati chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente, è uno dei Paesi firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare, che siglò nel 1988. Si tratta di un accordo internazionale sulle armi chimiche basato su tre principi, ovvero il disarmo, la non proliferazione e l’uso pacifico del nucleare. Il Trattato era stato firmato anche dall’Iran, il quale insiste che il proprio programma missilistico sia inteso per scopi difensivi. Il 14 luglio 2015, Teheran aveva firmato altresì il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina, più la Germania. Si tratta di un patto che prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Il 13 ottobre 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva annunciato la de-certificazione dell’accordo nucleare, dopo aver accusato l’Iran di non aver rispettato lo “spirito” del patto. Il 12 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva deciso di estendere la sospensione delle sanzioni contro l’Iran “per l’ultima volta”.

I rapporti tra Riad e Teheran sono molto tesi. L’Arabia Saudita aveva tagliato le relazioni diplomatiche con l’Iran il 3 gennaio 2016, accusandolo di non aver protetto la propria ambasciata nel Paese. L’ambasciata saudita a Teheran era stata presa d’assalto dopo che, il 2 gennaio 2016, l’Arabia Saudita aveva giustiziato 47 persone considerate terroristi, tra cui un importante leader religioso sciita, Nimr Al-Nimr. Successivamente, i rapporti tra i due Paesi si erano ulteriormente deteriorati dopo che, il 7 giugno 2017, alcuni kamikaze si erano fatti esplodere nella capitale iraniana colpendo due luoghi simbolici del Paese: il Parlamento, sede del potere politico, e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, causando la morte di 12 persone. In tale occasione, il corpo delle guardie della rivoluzione islamica aveva accusato l’Arabia Saudita del duplice attentato, per i suoi legami con il terrorismo internazionale, respingendo la rivendicazione da parte del sedicente Stato islamico, giudicata poco credibile e prodotta al fine di confondere l’opinione pubblica.

Oltre a ciò, l’Iran e l’Arabia Saudita sostengono parti avverse in numerose questioni regionali. In merito alla crisi del Golfo, iniziata il 5 giugno 2017, quando l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto avevano imposto un embargo al Qatar, il 15 giugno, il consigliere del corpo delle guardie della rivoluzione islamica, Yadollah Javani, che mantiene ottimi rapporti con Doha, aveva accusato l’Arabia Saudita di aver provocato la crisi per ottenere il controllo dell’area. In Yemen, Riad e Teheran sostengono parti avverse nel conflitto civile. L’Iran supporta gli Houthi e l’Arabia Saudita, a capo della coalizione araba, sostiene le forze fedeli al presidente Rabbo Mansour Hadi, deposto con un colpo di stato dai ribelli il 22 gennaio 2015, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale. Sia la coalizione a guida saudita sia l’Iran mirano a stabilire il proprio controllo nel Paese e temono che la fazione avversa stabilisca la propria presenza nel territorio, ampliando così l’influenza sciita o sunnita nella regione. Anche in Siria, l’Arabia Saudita è preoccupata che l’Iran, il quale sostiene le forze del presidente Bashar Al-Assad, accresca l’influenza sciita nel territorio.

Le dichiarazioni di bin Salman sono giunte nonostante, il 13 marzo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif avesse compiuto un passo verso la riconciliazione con l’Arabia Saudita. In tale occasione, il ministro iraniano aveva dichiarato che Teheran sarebbe stato il primo a sostenere l’Arabia Saudita nel caso in cui il Regno venisse attaccato dall’esterno e aveva aggiunto che sarebbe stato pronto a discutere con il Paese su questioni controverse.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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