Turchia: trattative con gli USA per il controllo di Manbij

Pubblicato il 14 marzo 2018 alle 11:29 in Turchia USA e Canada

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La Turchia e gli Stati Uniti supervisioneranno il ritiro delle People’s Protection Units (YPG) dalla cittadina di Manbij, situata nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, e diventeranno i garanti della sicurezza nel territorio, secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.

Stando alle dichiarazioni rilasciate da Cavusoglu martedì 13 marzo, lunedì 19 marzo, il ministro degli Esteri turco dovrebbe incontrare a Washington il suo omologo americano per discutere l’adozione di un piano mirato a garantire la sicurezza di Manbij. La bozza di progetto, sulla quale i due ministri saranno chiamati a deliberare, sarebbe già stata elaborata da un gruppo di esperti. In questo contesto, Cavusoglu ha affermato che se le People’s Protection Units (YPG) non si ritireranno “verrà lanciata un’operazione militare non soltanto a Manbij, ma anche sulla riva orientale del fiume Eufrate”.

Il piano prevede che le forze curde non partecipino all’amministrazione locale della cittadina, che gestirebbe il territorio in accordo con la popolazione. Si tratterrebbe di un modello che verrà sperimentato a Manbij e che, se si rivelerà di successo, sarà imposto anche ad altri territori, nei quali le People’s Protection Units (YPG) hanno assunto il controllo dopo la sconfitta dell’ISIS. In questo senso, Cavusoglu ha dichiarato: “Per prima cosa testeremo questo modello a Manbij, successivamente in altri luoghi. Sono incluse nel piano anche la riva orientale del fiume Eufrate, Raqqa e altre aree sotto il controllo delle YPG” e ha aggiunto: “Di conseguenza, l’area inclusa tra la riva orientale del fiume Eufrate e Deir Ezzor e le regioni controllate dal governo siriano, diventeranno una zona protetta”. Il ministro ha altresì chiarito che, dopo che in Siria verrà raggiunta una soluzione politica, questi territori ritorneranno sotto il controllo delle forze di sicurezza nazionale siriane.

Oltre a ciò, Cavusoglu ha dichiarato che Ankara dovrebbe assumere il compito di “monitorare” la restituzione delle armi fornite alle People’s Protection Units (YPG) dagli Stati Uniti. Le forze curde costituiscono un partner fondamentale degli Stati Uniti nel territorio e lo sono state ancora di più durante la guerra contro lo Stato Islamico, nonostante la Turchia si sia sempre opposta a tale alleanza. Ankara considera le Syrian Democratic Forces parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e nel nord dell’Iraq e ritenuto illegale dalla Turchia. Oltre a ciò, la Turchia teme che se i curdi ottenessero l’autonomia nel nord della Siria, tale conquista potrebbe galvanizzare la popolazione curda che risiede in territorio turco.

Lo stretto legame tra Washington e le milizie curde è stato causa di tensioni tra gli Stati Uniti e la Turchia, che ha sempre chiesto a Washington di interrompere il sostegno alle Syrian Democratic Forces. Nonostante Erdogan abbia domandato in più occasioni alla Casa Bianca di prendere le distanze dai curdi, il 9 maggio 2017 Trump, in linea con la posizione di Obama, ha ordinato l’invio di armi alle People’s Protection Units, considerate un alleato indispensabile nella lotta contro l’ISIS a Raqqa, capitale de facto dei terroristi in Siria. Successivamente, dopo la liberazione delle principali roccaforti dell’ISIS in Siria, il 24 novembre 2017, il presidente americano ha riferito alla Turchia che avrebbe smesso di fornire armi alle milizie curde, al fine di “riaffermare una partnership strategica” con Ankara.

Il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, costituisce una postazione delle People’s Protection Units (YPG), considerate un alleato chiave dagli USA nella lotta contro l’ISIS, ma ritenute essere “terroristi” da Ankara. Recentemente, le autorità turche hanno annunciato che Manbij sarà il prossimo obiettivo che colpiranno, in seguito alla liberazione del distretto di Afrin dall’occupazione curda. In merito al territorio di Manbij, domenica 21 gennaio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in occasione dell’incontro con il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, aveva dichiarato: “I terroristi a Manbij continuano ad aprire il fuoco. Attaccano le nostre truppe e l’esercito siriano libero (Esl) in un’area che si trova sotto il suo controllo dall’operazione Scudo dell’Eufrate. Se gli Stati Uniti non porranno fine a ciò, ci penseremo noi”. Il 20 gennaio, Ankara aveva lanciato una campagna militare, nota anche con il nome di operazione Ramo d’Olivo, contro il distretto di Afrin, situato nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia, mirata a liberare il territorio dal terrorismo e a creare una zona cuscinetto dell’estensione di 30 km nel territorio di confine.

Da parte loro, martedì 13 marzo, i funzionari curdi hanno respinto le dichiarazioni di Cavusoglu. In tale occasione, il portavoce del Consiglio militare curdo di Manbij, Shervan Darwish, ha riferito che le People’s Protection Units (YPG) avevano lasciato la cittadina subito dopo la sua liberazione dallo Stato Islamico, avvenuta nel 2016. Darwish ha altresì dichiarato che, al momento, le forze locali avrebbero assunto il potere a Manbij, dove lavorerebbero a stretto contatto con la coalizione internazionale, a guida americana.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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