Iraq: i traumi post-guerra dei bambini yazidi dell’ISIS

Pubblicato il 10 marzo 2018 alle 6:03 in Iraq Medio Oriente

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Lo Stato Islamico ha arruolato centinaia di bambini, costringendoli a combattere in prima linea tra le proprie fila. Si tratta sia di bambini che si erano uniti all’organizzazione terroristica insieme alla propria famiglia sia di orfani o di minori spinti a unirsi al gruppo dai propri familiari.

Con la sconfitta del califfato islamico in Siria, un numero sempre crescente di bambini sta tornando nei propri territori di origine. Ciò pone un grande problema, dal momento che, durante la loro permanenza nell’organizzazione, i minori hanno subito un processo di ideologizzazione. Durante gli anni in cui sono stati membri dell’organizzazione, i minori sono stati istruiti nelle scuole religiose dello Stato Islamico, dove da spettatori si sono trasformati in veri e propri combattenti. Ciò costituisce una criticità nel processo di de-radicalizzazione dei bambini, i quali, oltre a manifestare traumi psicologici, conseguenza dell’aver assistito alle esecuzioni, mostrano anche gli effetti della partecipazione attiva ad atti di violenza.

Tra questi bambini soldato, chiamati talvolta “cuccioli di leone del califfato”, vi sono anche gli yazidi, i fedeli di una religione molto diffusa nel territorio del Sinjar iracheno, che viene considerata una setta dell’Islam. Le comunità degli yazidi sono state sterminate dai militanti dell’ISIS, i quali, ritengono eretici i fedeli di questo gruppo religioso. Dopo aver ucciso gli uomini, hanno ridotto in schiavitù le donne e arruolato i bambini tra le proprie fila. Secondo le Nazioni Unite, si sarebbe trattato di un vero e proprio genocidio, dal momento che almeno 3.000 yazidi sarebbero stati uccisi dall’ISIS e 6.000 ridotti in schiavitù.

In questo contesto, circa sei mesi fa, a Rawanga, in un campo profughi situato vicino a Dohuk, in Iraq, è nato Yahad In-Unum, un centro di riabilitazione per i bambini yazidi, un tempo strappati alle famiglie di origine per diventare bambini soldato. In Iraq, l’età minima per esser accusati di crimini è 9 anni. Dopo la sconfitta dello Stato Islamico, il Paese ha dato origine a un’ondata di repressione nei confronti degli ex membri dell’organizzazione, tra i quali anche numerosi bambini, che sono stati imprigionati e processati con l’accusa di presunti legami con l’ISIS.

Dall’agosto 2017, l’Iraq è impegnato nell’eseguire processi nei confronti di centinaia di donne straniere e dei loro figli, arrestati dalle autorità irachene e accusati di avere legami con l’organizzazione terroristica. Soltanto nell’agosto 2017, dopo la liberazione della città di Tal Afar, situata nel nord dell’Iraq, da parte dell’esercito iracheno, avvenuta il 27 agosto 2017, più di 1.300 donne e bambini si sarebbero arrese ai Peshmerga curdi.

Il centro sta portando avanti un programma di trattamento, composto da sedute individuali e di gruppo, per i bambini che hanno fatto parte dello Stato Islamico. Al momento, il centro sta trattando i casi di 123 bambini, femmine e maschi, tutti minori di 18 anni, che sono ritornati da poco tempo dai territori del califfato islamico. Secondo quanto riferito da uno psicoterapeuta del centro, Naif Jardo Qassim, “al loro ritorno, i bambini potevano essere aggressivi, violenti, confusi e arrabbiati. Presto, questi sentimenti si sono trasformati in ansia e depressione profonda, quando il trauma ha iniziato a sedimentarsi”. Qassim ha altresì affermato: “Lentamente stiamo lavorando per cancellare gli anni di lavaggio del cervello al quale sono stati sottoposti. Vogliamo che dimentichino gli ultimi anni e ricomincino da capo”.

In merito alla questione della riabilitazione dei bambini yazidi, uno psicoterapeuta del centro, Naif Jardo Qassim, ha dichiarato che essi sono “vittime, non criminali” e che, pertanto, devono essere trattati in questo modo. Qassim ha sottolineato che al trauma che hanno vissuto, ovvero l’indottrinamento e la trasformazione in soldati dell’ISIS, si deve aggiungere un sentimento di forte instabilità, dal momento che “è cambiato tutto da quando se ne sono andati e non ricordano nulla delle loro vite prima dell’ISIS”. In questo contesto, lo psicoterapeuta ha aggiunto: “Questi bambini hanno visto uccidere le loro famiglie oppure sono stati rapiti, picchiati e gli è stato fatto il lavaggio del cervello. In alcuni casi, hanno assistito alle esecuzioni e sono stati obbligati a uccidere, oppure sono stati sottoposti a violenza e tutto questo per molti anni”.

Al momento, i programmi di de-radicalizzazione dei bambini costituiscono una novità, di conseguenza esistono opinioni contrastanti sulla loro modalità ed efficacia. In questo contesto, la portavoce dell’UNICEF in Iraq, Laila Ali, ha dichiarato che “la riabilitazione è possibile”. Ogni caso è diverso e alcuni sono più difficili, in particolare quelli dei bambini che hanno dimenticato la loro vita prima dell’ISIS. Alcuni vengono anche rifiutati dai genitori al loro ritorno nei territori d’origine, a causa di ciò che hanno commesso.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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