Stati Uniti: Netanyahu a Washington

Pubblicato il 6 marzo 2018 alle 9:38 in Israele USA e Canada

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Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è recato a Washington per incontrare il presidente americano, Donald Trump, prima dell’inizio della conferenza annuale di politica organizzata dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC).

Durante l’incontro tra le due parti, che si è tenuto lunedì 5 marzo, il primo ministro israeliano ha invitato il presidente degli Stati Uniti a partecipare all’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, che si terrà  nel maggio 2018, in concomitanza con il 70esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza di Israele. Da parte sua, Trump ha accettato l’invito e ha risposto: “Cercheremo di venire. Se posso, vengo”.

La rappresentanza diplomatica americana verrà trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme come conseguenza del riconoscimento ufficiale della Città Santa come capitale di Israele, annunciato dal presidente degli Stati Uniti il 5 dicembre 2017. Tale scelta aveva causato l’opposizione della comunità internazionale, la quale ritiene che lo status di Gerusalemme debba essere deciso durante i negoziati di pace tra Israele e il popolo palestinese, e un’ondata di rabbia all’interno dei territori occupati, che aveva originato scontri violenti tra il popolo palestinese e le forze di sicurezza israeliane.

All’ordine del giorno vi era altresì l’opposizione di Israele nei confronti dell’Iran, dal momento che il Paese teme che Teheran stia stabilendo una presenza permanente in Siria. Mercoledì 28 febbraio, il canale americano Fox News aveva diffuso immagini satellitari di quella che si crede essere la nuova base iraniana costruita nel territorio siriano, a 12 km a nord-ovest di Damasco. Si tratterebbe della seconda base militare iraniana costruita nel territorio siriano. Le notizie sull’esistenza della prima base erano circolate il 10 novembre 2017. La struttura, che era stata distrutta tre settimane più tardi, il 2 dicembre 2017, da alcuni missili sparati da Israele, era stata fabbricata nei pressi della città di Al-Qiswa, situata a sud di Damasco,a circa 50 km dal confine con Israele. Israele teme che Teheran possa riuscire a creare una presenza stabile nel territorio siriano, potenziando, in questo modo, le capacità militari di Hezbollah ed estendendo il suo fronte con Israele dal sud del Libano alle alture del Golan. In questo contesto, Netanyahu, ha più volte dichiarato che Teheran costituisce la più grande minaccia a livello mondiale e che il suo Paese è pronto ad affrontarla. L’ultima dichiarazione di questo genere era stata rilasciata il 18 febbraio, in occasione della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, durante la quale il premier aveva affermato che Israele è pronto a colpire l’Iran direttamente, se necessario. In questo senso, Netanyahu aveva dichiarato: “Se necessario, agiremo non soltanto contro gli alleati dell’Iran, ma contro l’Iran stesso”.

Durante l’incontro, Netanyahu e Trump hanno discusso la questione dell’accordo sul nucleare del 2015 e hanno concordato che si tratta di un patto di durata limitata, criticando il fatto che esso non copra il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran nei confronti delle forze anti-israeliane nella regione.

Il 14 luglio 2015, Teheran aveva firmato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina, più la Germania. Si tratta di un patto che prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Il 13 ottobre 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva annunciato la de-certificazione dell’accordo nucleare, dopo aver accusato l’Iran di non aver rispettato lo “spirito” del patto. Il 12 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva deciso di estendere la sospensione delle sanzioni contro l’Iran “per l’ultima volta” e aveva fissato il 12 maggio come termine ultimo entro il quale i Paesi europei che avevano aderito all’accordo avrebbero potuto modificare le condizioni del patto. Se non vi fossero riusciti entro tale data, gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo.

Per tutta risposta, il 20 ottobre 2017, in occasione del primo discorso dopo la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di de-certificare l’accordo sul nucleare, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, aveva annunciato che Teheran avrebbe continuato a produrre missili per scopi difensivi, dal momento che ciò non sarebbe stato in contrasto con il diritto internazionale, né avrebbe costituito una violazione degli accordi internazionali. In questo contesto, l’11 febbraio, l’Iran aveva svelato due nuovi missili balistici, Qadr H e Fajr 5, in grado di trasportare testate e con un raggio sufficiente per raggiungere Israele o le basi americane nel Golfo.

In merito alla questione, il primo ministro israeliano ha dichiarato: “Se dovessi dire qual è la più grande sfida in Medio Oriente per i nostri Paesi, per i nostri vicini arabi, si tratterebbe di una sola parola: Iran” e ha aggiunto: “L’Iran deve essere fermato. Questa è la nostra sfida comune”.

Durante l’incontro, Netanyahu e Trump hanno altresì discusso la situazione di alcuni Paesi del Medio Oriente, tra i quali la Siria, l’Iraq, il Libano e il territorio palestinese. In questo contesto, il presidente americano ha ribadito “il proprio impegno a realizzare un accordo di pace definitivo tra gli israeliani e i palestinesi”. L’amministrazione americana starebbe lavorando a una proposta di pace tra le due parti, nonostante, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, avesse affermato che non avrebbe più riconosciuto al capo di stato americano il ruolo di mediatore nel  processo di pace israelo-palestinese.

La visita di Netanyahu a Washington si è svolta in un momento in cui il primo ministro sta affrontando un periodo di tensione nel proprio Paese, dovuto alle accuse di corruzione che gli sono state rivolte dalle autorità israeliane. Il premier è coinvolto in due casi separati, che lo vedrebbero coinvolto in episodi di corruzione e di frode. In questo contesto, venerdì 2 marzo, pochi giorni prima di partire per Washington, Netanyahu era stato sottoposto a 5 ore di interrogatorio.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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