Ghouta come Aleppo: chi sono i responsabili della guerra in Siria?

Pubblicato il 6 marzo 2018 alle 9:58 in Il commento Siria

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non è in grado di fermare la guerra in Siria. La tregua di trenta giorni è stata violata in men che non si dica. I siriani del Ghouta sembrano non avere scampo, com’è già accaduto a quelli di Aleppo. Ci domandiamo quale sarà il futuro della Siria. Per rispondere, abbiamo bisogno di ricorrere al metodo della comparazione, fonte privilegiata di conoscenza. È infatti comparando la Siria con l’Etiopia che possiamo acquisire una conoscenza più profonda della politica internazionale.

Compariamo.

La guerra civile in Siria ha avuto inizio il 15 marzo 2011. Il conflitto tra le forze di Bassar al Assad e una parte della popolazione sarebbe durato molto poco, se non fosse stato alimentato da due blocchi di Stati. Il primo blocco, guidato dagli Stati Uniti, ha armato i rivoltosi per abbattere il dittatore della Siria e sostituirlo con un presidente amico. Il secondo blocco, guidato dalla Russia, è intervenuto per sconfiggere i rivoltosi e difendere il presidente siriano. Il dramma principale della Siria è rappresentato dal fatto di essere un Paese conteso da Russia e Stati Uniti. Essendo due super potenze, non possono attaccarsi tra loro, altrimenti perderebbero troppi soldati. E così si combattono indirettamente alimentando la guerra in casa altrui. Il 5 agosto 2016, l’Etiopia è stata attraversata da una rivolta popolare contro la classe governante, la quale ha represso i manifestanti con la stessa brutalità di Bassar al Assad. Alla data dell’8 agosto, in tre soli giorni, la polizia etiope aveva sparato e ucciso novanta manifestanti pacifici che chiedevano libertà, riforme sociali e la fine di gravi violazioni contro i diritti umani. I manifestanti hanno continuato a essere uccisi, raggiungendo la cifra di 600 morti ad aprile 2017.

Questi fatti consentono una prima comparazione.

Nel caso della Siria, gli Stati Uniti e la Russia hanno alimentato il conflitto investendo grandi risorse. Nel caso dell’Etiopia, si sono disinteressati. Eppure, tanto i manifestanti siriani quanto quelli etiopi si battevano per gli stessi ideali. Entrambi sono scesi in piazza per protestare contro la dittatura, ottenere più libertà e migliori condizioni di vita. Le proteste contro il governo etiope nascono dal fatto che le due etnie più grandi del Paese, gli oromo e gli amara, che rappresentano i due terzi della popolazione, versano in condizioni abbiette, non possono esprimersi liberamente e sono escluse dal potere che, invece, è gestito da un’etnia minoritaria, quella tigrina, pari a circa il 6% della popolazione. Il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, si è dimesso due settimane fa, il 15 febbraio, ma ha poi dichiarato lo stato d’emergenza per il timore di nuove proteste. Si è dimesso, ma, anziché abbandonare il potere, ha accentrato tutti i poteri nelle sue mani. L’Etiopia è un alleato di ferro degli Stati Uniti, così come Bassar al Assad lo è della Russia. La Casa Bianca non ha armato i manifestanti etiopi perché ritiene che il crollo del governo di Hailemariam Desalegn rappresenterebbe un danno molto grave agli interessi americani nel Corno d’Africa. Dal canto suo, la Russia non ha un interesse ad armare i manifestanti in Etiopia che non reputa importante come l’Ucraina dell’est. Il risultato è davanti agli occhi: in Etiopia i morti sono stati 600, mentre in Siria sono arrivati a 400mila. Se Usa e Russia si avvicinano, i morti aumentano; se si allontanano, diminuiscono. In Etiopia, le violenze sono durate quattro giorni; in Siria sono inarrestabili da sette anni, nonostante il crollo dell’Isis. È stupefacente quante parole vengano spese per difendere una super potenza contro l’altra e quante poche, invece, per rappresentare i fatti correttamente. Il metodo della comparazione mostra che la proiezione internazionale di Russia e Stati Uniti non è mossa da ideali, ma dalla vocazione alla conquista. Dal momento che entrambi operano secondo le stesse logiche, che poi sono le logiche tipiche delle grandi potenze, è del tutto inutile caricarsi di animosità contro Putin e perdere tempo a giustificare le sanzioni contro la Russia con argomenti ideali. Gli Stati Uniti hanno una presenza militare nel nord della Siria e la Russia in Crimea. Entrambe le presenze sono illegittime. In conclusione, il futuro della Siria è un futuro di guerra perché dipende, quasi completamente, dagli interessi conflittuali di Russia e Stati Uniti.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano in Italia dedicato alla politica internazionale.

Articolo apparso domenica 4 marzo nella rubrica “Atlante”, il Messaggero.

di Alessandro Orsini

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