Turchia: chiusa ambasciata USA per motivi di sicurezza

Pubblicato il 5 marzo 2018 alle 11:23 in Turchia USA e Canada

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L’ambasciata americana ad Ankara rimarrà chiusa al pubblico a partire da lunedì 5 marzo, per motivi di sicurezza, non meglio precisati.

Domenica 4 marzo, sul sito ufficiale dell’ambasciata degli Stati Uniti presso la Turchia è apparso un avviso, secondo il quale la rappresentanza diplomatica sarebbe stata chiusa al pubblico a partire dal giorno successivo, lunedì 5 marzo, e per un periodo di tempo indeterminato. La causa di tale decisione sarebbero “motivi di sicurezza” non meglio precisati. Nel comunicato si legge che l’ambasciata sarà chiusa “a causa della minaccia nei confronti della sicurezza. L’ambasciata annuncerà la riapertura quando riprenderanno i servizi” e, nel frattempo, offrirà soltanto i servizi di emergenza. Inoltre, nel comunicato si invitano i cittadini americani a evitare i luoghi turistici e affollati e a “mantenere un profilo basso”.

Nel frattempo, il governatore di Ankara, Ercan Topaka, ha rivelato che la chiusura della rappresentanza diplomatica turca ad Ankara farebbe parte di una serie di misure di sicurezza adottate da Washington dopo che l’intelligence americana aveva rivelato che vi sarebbe potuto essere un attacco terroristico contro l’edificio o contro altri luoghi in cui si trovano i cittadini americani. In merito alla questione, Topaka ha dichiarato che, lunedì 5 marzo, la polizia turca avrebbe arrestato 12 persone sospettate di avere legami con lo Stato Islamico e ne starebbe cercando altre 8.  I detenuti sono accusati di aver cercato di reclutare membri dell’ISIS e di essere in contatto con persone “nelle zone di guerra”.

Negli ultimi 3 anni, Ankara ha potenziato notevolmente le misure di sicurezza nel Paese e ha adottato una linea durissima nei confronti dei militanti dello Stato Islamico. Il governo turco ha perseguito tale politica a partire dal marzo 2014, data in cui si è verificato in Turchia il primo attacco terroristico, rivendicato dall’organizzazione. Il 19 marzo 2014 tre uomini armati, di cui due albanesi e un kosovaro, avevano aperto il fuoco contro alcuni ufficiali della sicurezza che sorvegliavano un punto di controllo situato nella provincia di Nigde, nella Turchia centrale, causando la morte di un poliziotto e di due soldati.

La Turchia ha imposto un ulteriore giro di vite contro i sospettati di terrorismo nel 2017, in seguito all’attentato di Istanbul. Il 1° gennaio 2017, un 34enne di origini uzbeke e uigure, Abdulkadir Masharipov, aveva fatto irruzione in un noto nightclub di Istanbul, il Reina, e aveva sparato contro la folla, causando la morte di 39 persone e il ferimento di altre 69. In seguito a tale episodio, nel corso del 2017, le autorità turche hanno condotto una serie di operazioni antiterrorismo in tutto il territorio nazionale. Secondo quanto riferito da Al-Monitor, soltanto nei 75 giorni successivi all’attentato, le forze di sicurezza turche avrebbero arrestato 2.700 persone in 29 città, inclusi 350 stranieri. Tra queste persone vi erano anche individui sospettati di aver organizzato attacchi terroristici in Turchia ed Europa.

Oltre a ciò, la Turchia rischia di diventare sia un Paese di transito per i foreign fighters che desiderano tornare nei propri Paesi d’origine sia un nuovo focolaio per l’organizzazione, dal momento che, in seguito alla sconfitta dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, la rete dei jihadisti di ideologia salafita si sta muovendo verso la penisola anatolica. Secondo il sito ufficiale dello Stato maggiore generale turco, nel mese di dicembre 2017 le forze di sicurezza hanno arrestato 8.474 persone provenienti dalla Siria, che cercavano di raggiungere la Turchia in maniera irregolare, mentre sono state fermate soltanto 71 persone in procinto di recarsi in Siria dal territorio turco.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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